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La bioarchitettura è un’Architettura ispirata ai principi vitali, una tecnica il cui obiettivo è quello di realizzare abitazioni, e quindi città, progettate come organismi viventi. Gli edifici costruiti con le regole della bioarchitettura sono abitazioni che stabiliscono un rapporto equilibrato con l’ambiente in cui si inseriscono e con coloro che ospitano.

Con il termine bioarchitettura si indica una “filosofia” del costruire, del ristrutturare e dell’abitare che risponde alle esigenze del bios, della vita. Infatti nella realizzazione di un progetto di bioarchitettura si presta particolare attenzione alla tutela dell’ambiente e del paesaggio che ospita la struttura, ma non solo, i progettisti si concentrano anche sugli aspetti culturali, sociali ed economici degli utenti.

Si riconosce di fatto come il degrado ambientale e paesaggistico, che si osserva in particolare nelle nostre città, sia dovuto in gran parte all’architettura convenzionale che non pone attenzione alle forme, ai materiali e agli impianti che realizza; nell’attuare un progetto di bioarchitettura, invece, si cerca di fornire soluzioni alternative con azioni efficaci per ridurre l’impatto ambientale ed i fenomeni d’inquinamento.

BioarchitetturaNella bioarchitettura l’obiettivo principale della progettazione di spazi per il vivere quotidiano – ma non solo – è quello di definire luoghi che rispettino le esigenze ed i bisogni di coloro che li andranno ad abitare, dove sono importanti il risparmio delle risorse ambientali e soprattutto il benessere psicofisico degli utenti, mentre nell’architettura convenzionale i parametri principali assunti nella definizione del progetto sono per lo più di natura tecnica ed economica e hanno poco a che fare con le esigenze di coloro che andranno a vivere gli spazi in questione.

Un progetto di bioarchitettura per la costruzione e ristrutturazione di edifici ecosostenibili, che tutelano cioè l’ambiente e la salubrità di coloro che vi vivono, prende in considerazione due aspetti importanti:

  • il primo riguarda l’impatto ambientale ed il risparmio energetico;
  • il secondo riguarda l’uso attento di materiali e prodotti “naturali”, sia nella costruzione, sia nell’arredamento.

In generale l’edificio sarà studiato per essere il più confortevole possibile, producendo benessere fisico e psicologico per chi ci vive, dovrà durare nel tempo, dovrà essere ispirato all’uso razionale ed efficiente delle “risorse energetiche alternative”, dovrà utilizzare materiali disponibili in loco non trattati, recuperabili e riciclabili, oltre che non nocivi per la salute, dovrà avere uno spazio esterno curato con particolare attenzione, dove il verde sposa il progetto dell’edificio ed il paesaggio circostante.

Nella realizzazione di progetti di bioarchitettura per la costruzione e ristrutturazione di un edificio, gli architetti seguono un preciso schema di metodo, che prevede una serie di “step”, di passaggi, che vanno dalla fase di studio iniziale, alla scelta dei materiali e degli impianti da utilizzare, fino alla definizione degli arredi.

La quasi totalità dei progetti di bioarchitettura prevede uno spazio esterno curato e studiato nei minimi particolari, il giardino viene infatti considerato un “corridoio ecologico”, che mette cioè in collegamento l’ambiente e il paesaggio circostante con l’edificio. Ma non solo, deve essere anche un luogo di relax ed armonia, caratterizzato da elementi come le piante locali e l’acqua.

Bioarch2Il secondo passaggio si concentra sulla progettazione della struttura vera e propria: in questa fase, particolare attenzione viene attribuita alla scelta dei materiali, che in particolare devono consentire l’evapo-traspirazione dell’umidità, perciò l’uso del cemento armato dovrà essere ridotto al minimo. Infatti l’uso di muri spessi, realizzati con materiali naturali, garantisce un buon isolamento termico sia d’state che d’inverno con conseguente risparmio energetico – sia per riscaldare, sia per smorzare il caldo estivo – ed inoltre è in grado di attenuare gli agenti tossici atmosferici; naturalmente vanno privilegiati materiali disponibili in loco, per una questione di risparmio energetico.

Nella costruzione degli edifici, come anche nelle ristrutturazioni, sono preferiti fra i materiali isolanti quelli naturali (come per esempio la cellulosa, le sfere di vetro espanso, il sughero, i pannelli di legno), discorso analogo vale per la copertura: tetto e sottotetto dovranno prevedere solai sufficientemente areati.

Nella progettazione dell’edificio grande attenzione viene rivolta all’aspetto estetico che dovrebbe rifarsi quanto più possibile ai modelli architettonici e storici locali, oltre che naturalmente avere simmetrie che lo rendano armonico, anche con il paesaggio circostante.

Massima attenzione verrà posta nella disposizione degli ambienti sempre orientati in funzione del percorso solare e delle loro interazioni e destinazioni. Per questo motivo gli impianti di illuminazione, comprese le finestre, sono studiati e progettati in modo da sfruttare al meglio la luce naturale ed i colori, basandosi sull’orientamento degli ambienti, sulla loro destinazione d’uso e sul risparmio energetico. In particolare la disposizione ideale delle stanze in un edificio abitativo dovrebbe essere questa:

  • la cucina andrebbe sistemata a nord, essendo la stanza più calda;
  • la zona notte ad est, per collegarla al sorgere del sole e favorire così un risveglio naturale;
  • gli ambienti di soggiorno andrebbero disposti ad ovest, per sfruttare al meglio il calore e la luce solare pomeridiani, visto che li viviamo durante il pomeriggio e la sera.

In una ristrutturazione secondo i principi della bioarchitettura particolare attenzione viene data all’approvvigionamento energetico, pertanto una ecocasa sarà dotata di un impianto integrato di pannelli solari fotovoltaici per la produzione di energia elettrica a costo zero e per la produzione di acqua calda per l’impianto di riscaldamento.

Per quanto riguarda l’impianto di riscaldamento, il tipo che più rispetta la qualità dell’aria all’interno delle pareti domestiche è quello che funziona a “irraggiamento”, per mezzo del quale il calore viene trasmesso da superfici radianti poste verticalmente sulle pareti. Questo sistema mantiene la giusta umidità dell’aria e riscalda gli ambienti in maniera uniforme, senza alzare pulviscolo, come avviene con i termoconvettori, e consente anche un risparmio energetico.

Nella pittura delle pareti è privilegiato l’uso di idropitture o pitture a base biodegradabile ecologiche che non emettono esalazioni tossiche.

Nella costruzione o ristrutturazione di una casa secondo i principi della bioarchitettura, non solo i materiali da costruzione sono scelti con accuratezza, anche per gli arredi si punta su elementi rigorosamente naturali. Sempre più persone sono attente all’ambiente in cui vivono, sia esterno, sia domestico e per la casa scelgono materiali traspiranti, arredamenti in legno e tessuti naturali, in particolare non derivati dal petrolio e non acrilici.

Così l’ambiente domestico risulta rilassante per chi vi entra e per chi lo abita: lo stress accumulato durante il giorno quando si entra in queste stanze scivola via, lascia spazio alla serenità e al relax.

Il fascino diffuso delle piante suggerisce enormi possibilità di protezione e potenziamento integrato dei paesaggi.

Recentemente si è celebrato il Fascination of plants day: giornata mondiale dedicata al fascino delle piante e al futuro del pianeta con circa mille eventi sparsi in tutto il mondo. Le Università, gli istituti scientifici, gli orti botanici, gli studiosi e i professionisti hanno organizzato eventi per diffondere la conoscenza e il rispetto del fantastico mondo vegetale che ci circonda. Anche in Italia si sono organizzate visite guidate a orti botanici, giardini di pregio, serre e laboratori didattici, si sono riuniti specialisti in convegni ed eventi aperti al largo pubblico.

A Milano un convegno organizzato dall’Associazione italiana di architettura del paesaggio (Aiapp) ha ampliato il tema celebrando il fascino delle piante nei giardini, nei roseti, nelle opere di land art, sino ai paesaggi più vasti e pervasivi del vivere quotidiano, dal parco urbano alla trama degli spazi aperti che costituiscono il connettivo delle nostre città.

Il fascino delle piante infatti non è solo quello elitario dei conservatoires o delle tenute nobiliari pervenuteci dai secoli passati o quello riservato dei più recenti giardini privati, ma anche (e soprattutto) quello diffuso, improvviso, magari minimo e frammentario, pensile o verticale che, tanto potente quanto inatteso, ci attrae e cattura. È il fascino che ci porta a fermarci in un parco, a visitare una mostra mercato di piante e fiori, ad allestire un balcone fiorito o a protestare per il taglio di un albero sotto casa. È insomma il fascino ancestrale e intimo che ci porta a desiderare il verde, a coltivarlo, a proteggerlo e, con amore e competenza, farne “luogo di delizia”. Anche in città.

Questa è la scommessa di chi progetta spazi aperti, paesaggi: trasformare una strada in un viale alberato, un marciapiede in un margine verde, un parcheggio in un boschetto urbano, addirittura una cava o un’area industriale dismessa in un parco, o una barriera antirumore in un verde verticale fortemente integrato a giardini preesistenti. Fuori dalla città, il progettista saprà utilizzare le piante per rinnovare sponde fluviali, deframmentare paesaggi attraversati da autostrade, ponti, ferrovie, saprà integrare reti per la mobilità e impianti produttivi con la tutela e il riequilibrio ecologico-paesaggistico dei paesaggi di riferimento.

Non solo saprà proteggere il verde che c’è (tutela passiva) ma potenziarlo anche dove non c’è o non è previsto (tutela attiva) progettando reti e sistemi verdi integrati e coerenti con le strutture e funzioni all’intorno. In ogni caso, per quanto possibile, finalizzato al pubblico godimento, anche solo percettivo (il fascino).

Il tema è ampio, e seppure già abbastanza frequentato tra addetti ai lavori, rimane ancora fortemente disatteso nella pratica quotidiana di chi è attore delle trasformazioni dei nostri territori. Committenti e progettisti spesso non sfruttano appieno le enormi possibilità che sono date loro nella gestione integrata dei nostri paesaggi.

Bandi, concorsi, incarichi, spesso mancano già nei presupposti delle possibilità di addivenire a opere corrette sotto il profilo della massima integrazione ecologico-paesaggistica, della riduzione degli effetti negativi diretti e indiretti e della razionalizzazione dei costi complessivi, anche sociali.

Eppure basterebbe porre attenzione ad alcuni concetti fondanti:

•    polifunzionalità;
•    progettazione integrata;
•    genius loci.

Alcuni modi di intendere la green economy  mancano clamorosamente questi tre criteri e disseminano, senza alcun criterio, pannelli solari, pale eoliche, e relative risorse a pioggia, spesso contribuendo alla devastazione di territori di pregio del nostro paesaggio.

Green economy dovrebbe invece essere quella attenzione colta, intelligente e ponderata che, partendo dalle vocazionalità dei nostri territori, ne rafforzi le peculiarità paesaggistiche, e quindi anche socio-economiche.

In questo modo contribuirebbe a definire una rete di paesaggi attrattivi su cui possano correre le economie interne e afferenti, anche dal vasto mondo del turismo, così fortemente attratto dall’Italia e dal suo bien vivre.

 

La tutela del paesaggio può essere promossa da politiche adeguate. Il caso dello standard 4.4.

Il paesaggio rurale italiano, frutto di alcuni millenni di storia, è da sempre riconosciuto come uno degli elementi fondamentali dell’identità culturale del nostro Paese. Esso costituisce una risorsa fondamentale, determinando un valore aggiunto per le produzioni con denominazione di origine, configurandosi come elemento chiave per le sviluppo turistico e per la biodiversità legata alla qualità degli spazi coltivati e alle specie introdotte dall’uomo e rappresentando un aspetto caratterizzante la qualità della vita nelle aree rurali”.

Un’affermazione, tratta dal Piano strategico nazionale per lo sviluppo rurale 2007-2013, che compendia numerosi elementi degni di considerazione. In primis, il riconoscimento del forte legame tra il paesaggio, la storia e la cultura (e, quindi, le attività economiche) di un territorio, segno della consapevolezza di dovere intervenire tramite incentivi e politiche capaci di conciliare la tutela del paesaggio con gli strumenti propri delle misure di sviluppo rurale.
Il paesaggio è definito come “risorsa fondamentale” non solo ai fini della biodiversità, fattore strettamente interconnesso con la qualità ambientale, ma anche a fini prettamente economici. Basta pensare al ruolo che il paesaggio riveste nella promozione turistica delle aree rurali e nella valorizzazione di molte produzioni agricole, con particolare riferimento a quelle di pregio, di norma più fortemente riconducibili ai territori di riferimento.
Inoltre, è da sottolineare il rilievo attribuito al paesaggio per ciò che concerne la qualità della vita degli abitanti di una determinata area: un aspetto decisamente immateriale che tuttavia, a ben guardare, costituisce il fine ultimo della politica.

Lo standard 4.4

In considerazione dell’importanza del paesaggio, il regolamento (CE) n. 73/2009 prevede, quale norma obbligatoria, “il mantenimento degli elementi caratteristici del paesaggio, compresi, se del caso, siepi, stagni, fossi, alberi in filari, in gruppi o isolati e margini dei campi”. Il nostro Paese ha recepito questo regolamento attraverso il decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali n. 30125 del 22 dicembre 2009, declinandolo sotto forma dello standard 4.4, ripreso poi dalle normative regionali.
In Lombardia, la D.g.r. 28 dicembre 2012, n. IX/4613, “Determinazioni in ordine ai criteri di gestione obbligatoria e delle buone condizioni agronomiche e ambientali ai sensi del reg. CE 73/09 – Modifiche e integrazioni alla D.g.r. 4196/2007” ha quindi confermato una serie di misure volte alla valorizzazione degli elementi tipici del paesaggio agrario. In particolare, la deliberazione – pubblicata sul Bollettino ufficiale di Regione Lombardia n. 53, Serie ordinaria, del 31 dicembre 2012 – richiama lo standard 4.4 “Mantenimento degli elementi caratteristici del paesaggio”. Quest’ultimo si applica ai beneficiari:
•    dei pagamenti diretti ai sensi dell’allegato 1 del Reg. (CE) 73/2009;
•    dei programmi di sostegno per la ristrutturazione, la riconversione dei vigneti, e per la vendemmia verde e del premio di estirpazione;
•    delle misure 211, 214 e 221 del Programma di sviluppo rurale 2007-2013.
Lo standard richiama al rispetto delle prescrizioni cogenti di tutela degli elementi caratteristici del paesaggio che riguardano le superfici agricole. Pertanto, è vietata la distruzione di muretti a secco e l’eliminazione di siepi, stagni, alberi isolati, in gruppo o in filari, tutelati ai sensi dell’articolo 134 del DLgs 22 gennaio 2004, n. 42, “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, del Piano paesaggistico regionale – di cui all’allegato 3 del Piano territoriale regionale –, dei Piani territoriali di coordinamento provinciali e dei Piani territoriali di coordinamento dei parchi regionali. È opportuno rilevare che ai fini dell’individuazione dell’elemento caratteristico del paesaggio è stabilita una lunghezza lineare minima di 25 metri, con l’ulteriore precisazione che per filare “si intende un andamento lineare e/o sinuoso caratterizzato dalla ripetizione di elementi arborei in successione o alternati”. Per quanto concerne gli alberi isolati, lo standard prende come riferimento gli esemplari arborei identificati nel registro nazionale degli alberi monumentali ovvero tutelati dalla legislazione regionale e nazionale.
Nel caso di territori ricadenti all’interno di aree Sic/Zsc, gli interventi su elementi del paesaggio tutelati sono soggetti a comunicazione all’ente gestore che, nei casi di legge, emette la prevista autorizzazione. Gli interventi da sottoporre a valutazione sono riconducibili a:
•    eliminazione di siepi e filari, boschetti, fasce boscate, senza adeguata compensazione da definirsi sulla base di parametri forniti dall’ente gestore;
•    eliminazione o compromissione di ambienti umidi (stagni, maceri, fontanili o risorgive);
•    modifica di aree e/o modalità di conduzione agro-forestale caratteristiche del territorio (quali marcite e risaie) e/o sistemazioni agrarie e forestali tradizionali;
•    eliminazione di elementi morfologici naturali (per esempio, terrazzamenti o dossi) tramite sbancamento con asportazione di materiale;
•    utilizzazione di fanghi di depurazione.
In ogni caso, in linea generale, sono ammesse deroghe a quanto sopra al fine sia di ridurre i vincoli per quanto riguarda la tradizionale gestione della risorsa legno presente ai lati degli appezzamenti, sia di evitare che la norma, volta a tutelare il paesaggio, divenga essa stessa fonte di riduzione della valenza paesaggistica delle aree rurali. A titolo esemplificativo, si ricorda che lo standard non si applica in caso di motivazioni di carattere fitosanitario riconosciute dalle autorità competenti ovvero in caso di eliminazione di specie invadenti quali l’ailanto. Al contempo, è lasciata la possibilità all’agricoltore di eseguire interventi di manutenzione ordinaria delle formazioni arboree e arbustive, incluso il taglio a raso delle ceppaie.

Prospettive

Il paesaggio rurale italiano costituisce una risorsa preziosa sia dal punto di vista estetico e naturalistico sia da quello economico, dal momento che su di esso si possono incentrare politiche di sviluppo rurale e azioni di marketing. Tuttavia, si tratta di una risorsa non rinnovabile sulla quale incombono una serie di minacce quali l’abbandono – soprattutto dei terreni marginali –, la semplificazione/banalizzazione, la concorrenza da parte di usi alternativi del suolo (si pensi alle agro energie ed alla cementificazione).
È auspicabile una maggiore consapevolezza di tutto ciò da parte sia dell’opinione pubblica – la cultura paesaggistica non è mai troppa – sia degli amministratori chiamati a introdurre nella programmazione dello sviluppo rurale misure adatte alla complessità paesaggistica che caratterizza il nostro Paese.
Sono sfide tutt’altro che semplici in quanto richiedono la capacità di mediare tra gli interessi economici dei produttori, ovviamente da tutelare, e la necessità di salvaguardia del territorio e del paesaggio quale elemento fondamentale della qualità della vita. In questo occorre ricordare l’importanza di un’informazione corretta nei confronti dell’opinione pubblica, spesso portata a vedere l’attività agricola come un settore inquinante, le cui pratiche hanno conseguenze nefaste per l’ambiente. Inoltre, è necessario considerare che l’attività di salvaguardia non deve essere limitata alla conservazione dell’esistente, ma deve verificarne l’evoluzione in modo da ridurre le possibilità di snaturare i paesaggi agricoli tradizionali del nostro Paese.
Tutti aspetti che devono essere declinati in numerose politiche di intervento, ciascuna delle quali adatta ai paesaggi e alle relative attività economiche che costellano il nostro Paese. Una sfida enorme per la quale lo standard 4.4 può essere solo l’inizio.

Trachelospermum jasminoides – Il Falso gelsomino, rampicante sempreverde dall’inebriante fioritura
E’ una pianta rustica molto vigorosa, con fiori profumatissimi simili a stelline bianche che sbocciano a fine primavere-inizio estate. Cresce in qualsiasi terreno e clima, anche in zone con inverni piuttosto rigidi del Nord Italia purché si trovi in posizioni ben soleggiate. Occorre potarlo, dopo la fioritura, per stimolare quella dell’anno successivo e per contenerne l’esuberante sviluppo.

Generalità della specie
Tutti conoscono e apprezzano i gelsomini, arbusti rampicanti a fiori per lo più bianchi (gialli in alcune specie) e molto profumati, che si schiudono, a seconda della specie, da gennaio a dicembre. I gelsomini, però, crescono bene solo in zone con inverni piuttosto miti, cioè nelle regioni a clima mediterraneo. Al Nord, nelle località in cui l’inverno è rigido, i gelsomini difficilmente sopravvivono ai rigori della brutta stagione. Per questo motivo chi abita in queste zone e desidera avere in giardino (o sul terrazzo) un rampicante dalla profumatissima fioritura, deve mettere a dimora un “falso gelsomino” (conosciuto anche come rincospermo). Questa pianta dai fragranti fiorellini bianchi a forma di stella regala bellissime fioriture anche in zone ad inverni piuttosto rigidi (resiste sino ai-8°C), purché la posizione sia ben soleggiata, e si adatta a qualsiasi tipo di terreno, purché profondo, fertile e piuttosto fresco.

Caratteristiche botaniche
Il falso gelsomino – Trachelospermum jasminoides o Rhyncospermum jasminoides, famiglia Apocynacee – è una specie rampicante sempreverde originaria dell’Asia orientale (Cina, Corea e Giappone). Rustico e assai facile da coltivare, si sviluppa rapidamente emettendo numerosi rami che possono raggiungere facilmente anche gli 8-10 metri di lunghezza e che si attorcigliano spontaneamente attorno a qualsiasi tipo di sostegno. Le foglie sono ovali-appuntite, coriacee e di un bel verde intenso. La fioritura, che avviene sul finire della primavera-inizio estate, è così abbondante che la vegetazione viene letteralmente ricoperta da una miriade di fiori intensamente profumati.

Quando e dove piantarlo
Il periodo migliore per mettere a dimora il falso gelsomino è l’autunno (settembre-ottobre). Se solitamente l’inverno si presenta molto freddo e lungo, conviene però rimandare questa operazione a fine febbraio-marzo. La pianta si deve collocare in una posizione ben soleggiata, per essere certi che fiorisca e vegeti abbondantemente.
Il falso gelsomino cresce bene anche in vaso, purché di grandi dimensioni (diametro o lato di almeno 40-50cm e più). Gli esemplari coltivati in contenitore vanno irrigati regolarmente in primavera-estate, con l’aggiunta una volta al mese, da marzo a inizio settembre, di un fertilizzante liquido a basso contenuto d’azoto. Ovviamente in piena terra la pianta presenta fioritura e vegetazione ben più rigogliose rispetto a un esemplare coltivato in vaso. Il falso gelsomino è ideale per rivestire e abbellire reti di recinzione e pergolati, vecchie colonne e tronchi d’albero, ma si può utilizzare anche come pianta ricadente, per esempio per formare cascate su scarpate o alti muri di contenimento.

Come e quando potarlo
Per favorire la produzione di fiori è importante eseguire a fine fioritura un’accurata potatura, volta ad accorciare i getti che hanno prodotto i fiori e quelli che danno all’insieme un aspetto disordinato. In questo modo si svilupperanno tanti nuovi germogli che porteranno fiori nell’annata successiva. Ogni tre – quattro anni, sempre dopo la fioritura, occorre sfoltire la massa della vegetazione accorciando i rami troppo lunghi ed eliminando quelli vecchi.

Quattro interessanti varietà
Oltre al falso gelsomino comune, sono reperibili nei più forniti vivai e centri di giardinaggio interessanti varietà ancora poco conosciute. Tra queste ricordiamo per esempio “Star of Toscane”, “Tricolor”, “Variegatum”, “Wilsonii”.

Qualche suggerimento su come utilizzare il falso gelsomino
La massa di vegetazione che forma il falso gelsomino lo rende ideale per creare una piacevole ombra sotto un gazebo, dove pranzare e chiacchierare con parenti ed amici; per ingentilire una vecchia colonna presente nel giardino o nel cortile per arricchire la ringhiera di recinzione, avendo cura di mettere a dimora le giovani piante a circa1,5 metridi distanza l’una dall’altra.

Il Corniolo, specie autoctona nei nostri areali, è una pianta dai bei fiori e dai piccoli frutti commestibili. Resiste molto bene al freddo, sopporta la siccità e si adatta a qualsiasi tipo di terreno. Non richiede concimazioni e interventi fitosanitari. Se si aggiunge che è caratterizzato da una ricca e precoce fioritura (febbraio-marzo), seguita da frutti rossi e saporiti, si capisce perché sia una pianta ideale da coltivare nel giardino-frutteto a bassa manutenzione.

Caratteristiche botaniche
Il Corniolo (Cornus mas, famiglia Cornacee) è una specie originaria dell’Europa e dell’Asia, diffusa in quasi tutta Italia, meno al sud e nelle isole. Il termine che indica il genere Cornus deriva da “corno” in riferimento alla durezza del suo legno, impiegato in passato per realizzare archi e frecce, tutori per ortaggi, manici di attrezzi, raggi di ruote di carro e ingranaggi, cune per spaccare legna, ecc.
E’ una pianta a foglia caduca molto longeva (può arrivare anche oltre ai 200 anni di vita), che tende a ramificare sin dalla base. Raggiunge in genere i 3-4 metri di altezza e presenta una chioma di 2-3 metri di diametro. Questa specie si presta ad essere allevata ad alberello, eliminando i rami più bassi (diventando così ideale per la coltivazione in un giardino-frutteto); in questo caso può raggiungere e superare i 6 metri di altezza. La corteccia del tronco e dei rami più vecchi è di colore grigiastro e più o meno screpolata, mentre quella dei rami più giovani è verde e liscia. Le foglie, di 5-10cm di lunghezza, sono opposte, di colore verde chiaro e con evidenti nervature; in autunno assumono colori che variano dal giallo al rosso-violaceo. Durante l’autunno e il primo inverno sui rami compaiono le gemme fiorifere, che si schiudono verso febbraio (nel Centro e Sud Italia) e a marzo (nel Nord Italia). La pianta si copre in questo periodo di una miriade di minuscoli fiori gialli, risultando in tal modo molto decorativa in un periodo dell’anno poco ricco di colore. Dai fiori si formano i frutti, le corniole, simili a piccole olive, lunghi 1,5-2cm, assai ricchi di vitamina C. Le corniole acerbe sono di colore verde chiaro, poi a metà-fine luglio virano al rosso scarlatto e ad agosto assumono una tonalità viola-nerastra e cadono nel momento in cui sono mature e la polpa si presenta morbida e dolce. Il Corniolo è autofertile, quindi anche un solo esemplare isolato è in grado di produrre frutti, seppur solo al raggiungimento dei 5-7 anni di vita, in quanto le fioriture dei primi anni producono solo fiori maschili.

Rustico, resistente e adattabile in fatto di clima e terreno
Il Corniolo cresce sia in posizioni di pieno sole (purché in presenza di terreno umido) che in quelle semi ombreggiate (sia in suolo asciutto che leggermente umido).
Resiste bene al freddo e si adatta a qualsiasi tipo di terreno, anche a quelli poco fertili e/o sassosi, anche se predilige suoli calcarei e provvisti di sostanza organica. La sua adattabilità in fatto di clima lo rende coltivabile in tutta Italia, sino ai 1.400-1.500 metri di quota, anche se gradisce maggiormente l’ambiente di collina (300-600 metri di altitudine). Sopporta piuttosto bene la siccità, ma una forte carenza d’acqua durante la maturazione dei frutti porta alla caduta o al raggrinzimento degli stessi; in questo caso per non compromettere la quantità e la qualità del raccolto, occorre effettuare qualche irrigazione nei momenti di maggiore siccità. Il Corniolo si adatta a crescere in spazi relativamente ristretti, per esempio sotto alberi dalla chioma espansa (come ad esempio ciliegio e kaki), che lo ombreggiano parzialmente. Essendo una pianta molto rustica e adattabile, il corniolo non ha bisogno di alcuna concimazione, tanto meno, di interventi fitosanitari.

La raccolta delle Corniole
Si procede alla raccolta dei frutti del corniolo quando presentano un colore viola-nerastro, staccandoli uno ad uno manualmente, oppure facendoli cadere a terra su un telo scuotendo con le mani il fusto della pianta.
Siccome le corniole maturano scalarmente, occorre effettuare tre – quattro passate a distanza di qualche giorno per completare la raccolta. I frutti si possono però raccogliere anche se non completamente maturi, cioè quando presentano un colore rosso scuro, ma in questo caso sono molto aspri. Occorre perciò farli maturare in casa per 3-4 giorni, o fin quando la polpa si presenta morbida, ponendoli su stuoie (o altro materiale simile) in un solo strato, non manipolandoli sino al momento dell’impiego. Le corniole mature si consumano come frutta fresca, al pari di more, di lamponi o altri piccoli frutti. In alternativa, le corniole si possono impiegare per preparare confetture, “caramelle” e sciroppi.

E’ molto difficile e probabilmente impossibile dire con certezza quale sia la “prima fioritura dell’anno”, quella che trionfalmente apre il sipario al nuovo anno. Perlomeno non ne esiste una sola, perché questo è un primato che si contendono diverse specie (ellebori, bucaneve, nespoli giapponesi…) e poi perché il calendario vegetale è commisurato soprattutto sull’andamento climatico di ogni singolo anno.
Fra i più importanti apri pista, però, ne emerge uno davvero straordinario, Hamamelis, che nella stagione più cruda si avvale di due strumenti di seduzione irresistibili, i fiori e il profumo, per poi rincantucciarsi tra la primavera e l’estate ed infine esplodere nuovamente in autunno con un fogliame coloratissimo.

Caratteristiche botaniche
Gli Hamamelis sono un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Hamamelidaceae; sono arbusti decidui, spoglianti, che raggiungo discrete dimensioni, tra i 2 – 5m di altezza e i 2,5 – 4m di ampiezza.
Hanno un portamento poco compatto, espanso, generalmente stretto alla base e poi ampio nella chioma, comunque elegante. Le foglie sono caduche, ovali o arrotondate, generalmente di colore verde scuro e tendenti al giallo brillante, arancio o marrone – viola in autunno (caratteristiche influenzate dalla specie e varietà). I fiori sono molto profumati (profumo dolce o acuto), sottili, con petali nastriformi arricciati di colore giallo, rosso, rame o arancio. La fioritura è molto abbondante ed è autunnale (Hamamelis virginiana) o invernale (i fiori compaiono sui rami nudi prima dell’emissione delle foglie). Sono arbusti dotati di grande rusticità in tutto il Paese.

I pregi del genere Hamamelis
Il valore degli Hamamelis  non si limita a questo o a quel pregio, ma si esprime nella sommatoria di diverse buone qualità, tutte da apprezzare. Vediamole.

  • Fioritura in un periodo dell’anno piuttosto difficile, fra gennaio e marzo (con la “coda” di ottobre per la specie Hamamelis virginiana);
  • Profumo non intenso come nelle Daphne, ma delicatissimo e penetrante;
  • Numero di fiori molto abbondante e fioritura decisamente prolungata nel tempo. Dopo la caduta dei petali, anche i calici rossastri sono un buon elemento d’attrazione;
  • Forma piacevole delle foglie: arrotondate oppure ovate ed obovate (“simili” alle foglie del nocciolo);
  • Tinte autunnali che variano dal giallo più intenso al rosso-cremisi e dal violaceo al cioccolato;
  • Gradevole colorazione grigia della corteccia;
  • Caratteristica disposizione a V dei rami, che li rende ancor più eleganti;
  • Tolleranza al gelo, anche fino a-20°C;
  • Tolleranza all’inquinamento urbano;

Viceversa, gli Hamamelis non denunciano particolari difetti, se si escludono occasionali attacchi da parte di un fungo molto pericoloso, Armillaria mellea, contro il quale valgono soprattutto misure preventive.

Come utilizzarli
Grazie alla loro duttilità ed ai numerosi pregi sopra descritti, le piante appartenenti al genere Hamamelis, trovano diversi e differenti modi di utilizzo.
Il loro portamento elegante, il profumo e gli splendidi colori autunnali, li rendono ideali per la coltivazione in giardini medio – piccoli ed anche in cortili, dove, con opportune tecniche di potatura, non vengono fatti raggiungere le dimensioni massime. Possono diventare “la bella” di un aiuola e sono lo sfondo ideale di bordure basse.
Possono essere coltivati come esemplari isolati in un prato e si fanno notare per almeno 5-6 mesi, da ottobre a febbraio-marzo. I fiori gialli risaltano meglio davanti ad un fondale scuro;
Nel giardino grande e nel parco vanno collocati al margine di aree boscose, così come nelle ampie bordure miste, in cui fungono da eccellenti punti focali.
Gli esemplari di H. vernalis sono adatti per la decorazione delle rive di laghetti e stagni.

Le principali specie e varietà appartenenti al genere Hamamelis
Le specie in natura sono pochissime, due americane e due asiatiche, mentre è piuttosto nutrito il numero di varietà ottenute dall’uomo, senza contare l’importanza di un ibrido ottenuto incrociando le due specie orientali, H. x intermedia.

  • H. virginiana (U.S.A.). Grande arbusto dal portamento eretto, aperto, raggiunge notevoli dimensioni: fino a5 m in altezza e ampiezza. Piccoli fiori profumati e slanciati, in 2-4 mazzetti, con petali giallo oro che si aprono in autunno alla caduta delle foglie. Foglie ovate di colore verde, tendenti al giallo puro in autunno.
  • H. vernalis ( U.S.A.). Piuttosto simile a H. virginiana, portamento eretto, non compatto. La fioritura avviene tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, con fiori piccoli e molto profumati giallo – arancio o rossastri. Foglie caduche, ovali, di colore rosso porpora da giovani, quindi verdi, tendenti al rosso, giallo e arancio in autunno (H. vernalis ‘Sandra’).
  • H. japonica (Giappone). Specie alquanto variabile, è un arbusto di3 m, con rami aperti e foglie largamente ovate. I fiori sono gialli nella specie-tipo, più chiari in alcune cultivar, come ‘Sulphurea’ e ‘Zuccariniana’, appaiono sui rami prima dell’emissione delle foglie, in inverno. Il calice è talvolta rosso. Le foglie sono caduche, ovali, di colore verde scuro tendente al giallo in autunno.

  • H. mollis (Cina). E’ la specie che ha impresso una svolta nella coltivazione, perché ha fiori più grandi, dotati di petali diritti e meno increspati, così come le foglie assai larghe, che non sono lucenti ma opache in superficie. Numerose le cultivar: ‘Pallida’, ‘Coombe Wood’, ‘Goldcrest’, ecc.

All’ibrido H. x intermedia (H. japonica x H. mollis) va ascritta la maggior parte delle forme con fiori arancio e rosso-rame, come ‘Diane’, ‘Jelena’ e ‘Aphrodite’, pur non mancando splendide varietà a fiori gialli. La più bella è ‘Arnold Promise’, letteralmente carica di grandi fiori di un bel giallo vivo, che sostengono senza problemi anche pesanti coltri di neve. ‘Aurora’, invece, è dotata di fiori giallo-rosati molto vistosi, forse i più grandi dell’intero genere.

Criteri di coltivazione
Terreno: generalmente prediligono terreni a ph tendenzialmente acido, anche se recenti studi sembrano affermare la loro tolleranza verso terreni alcalini, ma non gessosi. In ogni caso va assicurato un buon grado di umidità e di humus. Inoltre il terreno deve essere ben drenato, torboso.
Esposizione. Nel nostro Paese, si scelgono luoghi aperti e soleggiati al Nord, evitando gli angoli troppo caldi, mentre a Sud è più indicata la mezz’ombra.
Temperatura invernale. Assolutamente rustici, gli Hamamelis tollerano anche i-20°C.
Messa a dimora. Si effettua a novembre o a marzo. Le tecniche più recenti suggeriscono di non inserire materiale organico al momento di preparare la buca. Viceversa, nel caso di terreni asciutti o sabbiosi, occorre pacciamare con materiale organico per assicurare un certo grado d’umidità. L’apparato radicale non va disturbato, nemmeno mettendo a dimora erbacee alla base della pianta, almeno nei primi anni.
Annaffiature. Se necessario occorre annaffiare perché non amano la siccità. Tuttavia sono assolutamente da evitare  i ristagni d’acqua, soprattutto d’inverno, perché causa di morte certa per le piante.
Potatura. Gli H. non necessitano di alcuna potatura, fatta salva la pulizia del secco e dei rami malati o irregolari. Tuttavia, laddove risulti utile (per es. nel caso di mancanza di spazio sufficiente), si può ricorrere ad una potatura specifica per mantenere compatta la pianta. In questo caso, occorre recidere il ramo dell’anno precedente fino alla seconda gemma dopo la fioritura. L’operazione va fatta ogni anno, sempre che la pianta abbia avuto una crescita non troppo modesta. In tal modo, si riesce a contenere l’esemplare fino ad una dimensione di circa 150-200 cm, sia in altezza sia in ampiezza.

Appartenente alla famiglia delle Ericacee, il Corbezzolo è una pianta che pur essendo originaria del Sud Europa e dell’area mediterranea, risulta essere molto rustica e si adatta a diversi tipi di terreno e luoghi di coltivazione, tollerando anche il freddo invernale nella maggior parte del Nord Italia. Pertanto è ideale da coltivare in un giardino-frutteto a bassa manutenzione. Della pianta si utilizzano i frutti, le corbezzole, per varie preparazioni e ricette.
Il Corbezzolo cresce in zone a clima mediterraneo, ma in Italia è presente in quasi tutte le regioni (escluse alcune dell’arco alpino). La specie non è mai stata oggetto di coltivazioni intensive, ma il suo frutto veniva e viene ancora comunemente apprezzato. Per la sua bellezza l’arbusto viene molto usato come pianta ornamentale e ne esistono anche tipi selezionati a questo scopo, alcuni con fiori rossi invece che bianchi.
La pianta è autofertile e anche un esemplare isolato produce regolarmente tutti gli anni.

Caratteristiche botaniche

Il Corbezzolo è un arbusto con chioma globosa, che raggiunge in genere i 3-4 metridi altezza, anche se non di rado può arrivare a 8-9 metrie può quindi essere allevato ad alberello, di ottimo pregio ornamentale. I rami sono rossastri e pelosi, la corteccia del tronco è bruno-rossastra, finemente fessurata. La pianta ha una crescita che può essere rapida in condizioni ideali, ma in zone aride cresce lentamente.
Le foglie sono persistenti (la specie è sempreverde), di colore verde scuro nella pagina superiore, più chiaro in quella inferiore; hanno margine seghettato e consistenza cuoiosa.
I fiori sono bianchi, portati in grappoli (di 15-20 fiori) e compaiono in ottobre – novembre, quando maturano anche i frutti dell’anno precedente, che diventano di un bel colore rosso aranciato.
I frutti sono sferici, del diametro di 2 –3 cm, con buccia ricoperta di tubercoli rossi e duri che danno al frutto una consistenza un po’ granulosa in bocca. La polpa è arancione di sapore moderatamente dolce. Maturano in ottobre – novembre.

Specie rustica e molto adattabile
Per quanto concerne il clima, il Corbezzolo è rustico e si adatta sia a estati calde che a estati fresche e umide. Tollera bene anche il freddo invernale (almeno fino a -15° sotto lo zero), il che permette alla pianta di crescere anche a discrete quote altimetriche (500-800 metri).
Riguardo al terreno, come tutte le Ericacee (la stessa famiglia del mirtillo) preferisce i terreni tendenti all’acido, ma tra le varie Ericacee è forse la più tollerante rispetto al calcare e con un’opportuna somministrazione di sostanza organica può essere allevato anche su terreni tendenzialmente alcalini. La specie si adatta anche ai suoli argillosi, purché non vi sia ristagno di acqua.
Il Corbezzolo si avvantaggia dell’irrigazione, ma questa deve essere moderata e il terreno va lasciato asciugare tra un’irrigazione e l’altra.
La pianta cresce bene sia in pieno sole che in ombra parziale, tanto che spesso è specie di sottobosco, ombreggiata da Lecci, Sughere o altre essenze forestali. In pratica, quindi, si tratta di una pianta estremamente adattabile, la cui coltivazione è sconsigliata solo in terreni troppo calcarei o in luoghi soggetti a forte gelate invernali. Bisogna inoltre limitare le potature alla sola correzione di difetti eccessivi di forma, in quanto non sopporta le potature.
Si ricorda che il Corbezzolo è raramente affetto da malattie o colpito da insetti e parassiti e pertanto gli interventi antiparassitari possono essere evitati.

Splendide caratteristiche ornamentali
Il Corbezzolo ben si presta a essere collocato nei nostri giardini per le sue straordinarie caratteristiche ornamentali: oltre alle belle foglie, di colore verde scuro, troviamo sulla pianta contemporaneamente con lo sbocciare dei fiori bianchi,  i frutti in fase di maturazione e, in autunno, anche quelli maturi. E’ frequente quindi avere sullo stesso individuo fiori bianchi, frutti acerbi verdi, frutti in fase di maturazione arancione e quelli maturi rossi: particolarità che rende la pianta del Corbezzolo straordinariamente bella.
Di notevole interesse ornamentale è anche il tronco, il più delle volte multiplo, con la corteccia sottile e graziosamente squamata color bruno – rossastro a completare un insieme molto piacevole.

Appartenente alla famiglia delle Saxifragaceae, l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ è un erbacea perenne sempreverde, alta35 cm, resistente sia al gelo sia a condizioni di caldo-umido estivo.
Bella tutto l’anno, la varietà ‘Autumn Leaves’, dà il meglio in questa stagione, tra gialli e arancio.

Caratteristiche botaniche
L’Heuchera ‘Autumn Leaves’ è un’erbacea perenne sempreverde. Si tratta di un ibrido da giardino selezionato partendo da cultivar di H. villosa e H. americana.
Le foglie sono rosso vivo in primavera e brune in estate, mentre in autunno, come suggerisce il nome varietale, diventano rosso scuro e sono particolarmente belle.
I fiori hanno uno scarso interesse ornamentale e si presentano come in genere quelli delle Heuchera, sono bianchi e compaiono a fine estate.

Ideale per la coltivazione in contenitore
Molto spesso in città l’ unica possibilità di avere un angolo verde nella propria casa è rappresentata da contenitori per davanzali o da piccoli spazi pavimentati. In ogni caso visto che in vaso lo spazio è limitato e il più delle volte il contenitore ce l’abbiamo sotto gli occhi dodici mesi all’anno, un buon trucco per far sì che questo spazio sia sempre attraente è sostituire le piante quando la stagione d’interesse è superata. Questo non necessariamente perché non sono più decorative, ma anche perché non contribuiscono più allo schema cromatico della composizione.
La pianta protagonista di questo mese ne è un esempio. L’Heuchera ‘Autumn Leaves’ ha foglie rosso scuro in autunno che si sposano alla perfezione con i gialli e gli arancio di questa stagione, mentre la loro colorazione rosso vivo in primavera e bruna in estate è più difficile da armonizzare ai verdi di stagione. Per fortuna questa Heuchera regge il palco anche da sola, quindi possiamo coltivarla in vaso facendola brillare in un adeguato cache-pot in primavera ed estate e inserirla – con il suo vaso – in un largo contenitore tra piante decidue dai caldi colori autunnali.

Potremmo utilizzare l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ al centro di un contenitore largo almeno 60cm in cui posizionare sul retro un Cornus sanguinea ‘Winter Beauty’ (Corniolo) che in questo mese si presenta con fogliame giallo-arancio per poi rivelare alla caduta delle foglie i suoi rami rosso amaranto in cima e giallo ceroso alla base.
Un ciuffo di Persicaria virginiana ‘Paniter’s Palette’ vira velocemente in vari toni di giallo, mostrando le variegature e le macchie mogano e rosa tipiche di questa varietà. Il resto del contenitore è tappezzato dal rosso del Ceratostigma plumbaginoides, magari con ancora qualche raro fiorellino celeste. Cadranno le foglie e l’Heuchera ‘Autumn leaves’, se posizionata in angoli riparati, potrebbe rimanere a far compagnia ai rami colorati del Corniolo. Poi tornerà sola nel suo cache-pot, mentre al suo posto brilleranno annuali fino al prossimo ottobre.

P.S. Se durante la stagione invernale l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ dovesse perdere le foglie, sostituitela con un cavolo ornamentale o un piccolo elleboro.

ANALISI E CLASSIFICAZIONE DEL VERDE URBANO
(liberamente tratto da: Manuale per tecnici del verde urbano, Città di Torino)

Numerose, e tutte ugualmente importanti, sono le funzioni svolte dal verde urbano:

1) funzione ecologico- ambientale: il verde, anche all’interno delle aree urbane, costituisce un fondamentale elemento di presenza ecologica ed ambientale, che contribuisce in modo sostanziale a mitigare gli effetti di degrado e gli impatti prodotti dalla presenza delle edificazioni e dalle attività dell’uomo. Fra l’altro la presenza del verde contribuisce a regolare gli effetti del microclima cittadino attraverso l’aumento dell’evapotraspirazione, regimando così i picchi termici estivi con una sorta di effetto di “condizionamento” naturale dell’aria.

2) funzione sanitaria: in certe aree urbane, in particolare vicino agli ospedali, la presenza del verde contribuisce alla creazione di un ambiente che può favorire la convalescenza dei degenti, sia per la presenza di essenze aromatiche e balsamiche, sia per l’effetto di mitigazione del microclima, sia anche per l’effetto psicologico prodotto dalla vista riposante di un’area verde ben curata.

3) funzione protettiva: il verde può fornire un importante effetto di protezione e di tutela del territorio in aree degradate o sensibili (argini di fiumi, scarpate, zone con pericolo di frana, ecc), e viceversa la sua rimozione può in certi casi produrre effetti sensibili di degrado e dissesto territoriale.

4) funzione sociale e ricreativa: la presenza di parchi, giardini, viali e piazze alberate o comunque dotate di arredo verde consente di soddisfare un’importante esigenza ricreativa e sociale e di fornire un fondamentale servizio alla collettività, rendendo più vivibile e a dimensione degli uomini e delle famiglie una città. Inoltre la gestione del verde può consentire la formazione di professionalità specifiche e favorire la formazione di posti di lavoro.

5) funzione igienica: le aree verdi svolgono una importante funzione psicologica ed umorale per le persone che ne fruiscono, contribuendo al benessere psicologico ed all’equilibrio mentale

6) funzione culturale e didattica: la presenza del verde costituisce un elemento di grande importanza dal punto di vista culturale, sia perché può favorire la conoscenza della botanica e più in generale delle scienze naturali e dell’ambiente presso i cittadini, sia anche per l’importante funzione didattica (in particolare del verde scolastico) per le nuove generazioni. Inoltre i parchi e i giardini storici, così come gli esemplari vegetali di maggiore età o dimensione, costituiscono dei veri e propri monumenti naturali, la cui conservazione e tutela rientrano fra gli obiettivi culturali del nostro consesso sociale.

7) funzione estetico – architettonica: anche la funzione estetico – architettonica è rilevante, considerato che la presenza del verde migliora decisamente il paesaggio urbano e rende più gradevole la permanenza in città, per cui diventa fondamentale favorire un’integrazione fra elementi architettonici e verde nell’ambito della progettazione dell’arredo urbano.

Abbastanza diffuso allo stato spontaneo, l’olivello spinoso non è molto utilizzato come pianta ornamentale. E’ rustico e di poche esigenze, in quanto solitamente non ha bisogno di concimazioni e di trattamenti antiparassitari. E’ una pianta che abbina un gradevole aspetto estetico all’abbondante produzione di frutti aromatici e commestibili con i quali preparare ottime confetture. Per questi motivi è una specie ideale da coltivare in giardini a bassa manutenzione.

Caratteristiche botaniche
L’Olivello spinoso (Hippophae rhamnoides, famiglia Eleagnacee), presente allo stato spontaneo soprattutto nelle regioni centro-settentrionali del Paese, dalla pianura ai1700 metri di quota, è un alberello che raggiunge i 4-5 metri di altezza, quindi ideale per piccoli spazi verdi. Ha rami spinosi con corteccia grigio-biancastra, caratterizzati da squame argentee.
Le foglie, caduche e senza picciolo, lunghe 3-4cm e larghe 3-4mm, sono di colore verde salvia sulla pagina superiore e argento su quella inferiore per la presenza di una fitta peluria biancastra.
Si tratta di una specie dioica, cioè con fiori femminili e maschili portati da piante diverse. Ne consegue che le piante femminili fruttificano solo se vengono fecondate dal polline di quelle maschili. I fiori, molto piccoli e poco appariscenti, compaiono tra aprile e maggio.
Gli innumerevoli frutti prodotti dalle piante femminili sono piccole drupe ovoidali con polpa succosa e ricchissima di vitamina C. Questi frutti, che a inizio autunno assumono un bel colore giallo-arancio, persistono sui rami per tutto l’inverno. Aromatici e commestibili, non si possono utilizzare direttamente, in quanto molto acidi; si prestano però, previa cottura, alla preparazione di salse, sciroppi e confetture.

Ideale per la collina e la montagna
L’Olivello spinoso è una specie molto rustica che non ha particolari esigenze in fatto di coltivazione. Si adatta a quasi tutti i terreni, purché ben permeabili, anche se predilige suoli poveri e più o meno sassosi.
Resiste egregiamente al freddo intenso (sino ai -25°): per questo motivo è ideale per essere coltivato nei giardini di alta collina e di montagna.
Questa specie ben si presta a comporre siepi miste insieme ad altre piante da bacca come il Cornus mas (Corniolo), il Crataegus monogyna (Biancospino comune), Cornus kousa, Amelanchier canadensis (Pero corvino), ecc., oppure può essere utilizzato in macchie per realizzare piccoli ‘boschetti’ formati da 4-5 esemplari.
Per ottenere un’abbondante fruttificazione occorre piantare 1 esemplare maschio e 3-4 esemplari femmina.
Le piante vanno messe a dimora in autunno o a fine inverno, distanziandole di 4-5 metril’una dall’altra.

Poche le cure necessarie
L’Olivello spinoso non richiede potature, ma solo la rimozione dei rami secchi, presenti solitamente nelle parti più basse e interne della chioma. Questo lavoro si esegue a fine inverno, prima della ripresa vegetativa della pianta.
Una volta messa a dimora non necessita di nessun tipo di concimazione. Durante l’estate, soprattutto nelle zone a scarsa piovosità e/o con andamento climatico siccitoso, occorre effettuare qualche irrigazione, per non pregiudicare l’ingrossamento dei frutticini.
Molto resistente alle malattie, solitamente non ha bisogno di alcun trattamento antiparassitario.

Gli spazi verdi urbani e periurbani sono certamente meno ricchi di risorse naturali rispetto agli ecosistemi forestali veri e propri; ciò nonostante essi rappresentano per moltissime persone la più immediata, se non unica, possibilità di contatto con la natura.
Fortunatamente, il modo di concepire e costruire il verde urbano è cambiato nel tempo.
Nell’ultimo secolo la progettazione rispondeva prevalentemente a requisiti di carattere architettonico, alla ricerca per lo più della bellezza e considerando il solo aspetto estetico nella progettazione di opere a verde.
Oggi, invece, si vanno affermando i principi della “Forestazione Urbana”.
La forestazione urbana è una tecnica di gestione delle risorse boschive e degli spazi verdi cittadini che prende in considerazione tutte le possibili relazioni fra il verde ed il sistema urbano.
L’obiettivo consiste nell’ individuare le soluzioni più equilibrate tra esigenze ecologiche e gestionali, fabbisogno di manutenzione e funzione ricreativa, favorendo il più possibile lo sviluppo della natura anche in città.
Questo tipo di pratica punta a ricostituire gli ecosistemi forestali anche in spazi urbanizzati, seguendo la dinamica naturale del bosco. Gli sforzi e i canoni progettuali devono quindi seguire precisi criteri agronomici e forestali, al fine di rendere i boschi urbani il più possibile simili ai boschi naturali: ad esempio, nel caso della Pianura Padana, il bosco modello sarà il querco-carpineto di pianura.
La Forestazione Urbana consiste quindi nella riqualificazione di spazi urbani, ove dare origine a oasi verdi possibilmente connesse tra loro e con altre aree naturali a formare veri e propri “corridoi verdi”. Non si tratta necessariamente di realizzare parchi ma anche semplicemente degli spazi verdi vivibili che servono contemporaneamente a garantire lo sviluppo e la connessione di diversi ecosistemi naturali. Importanti saranno quindi gli interventi mirati alla ricostruzione di habitat naturali per talune specie vegetali, favorendo anche il popolamento di animali e quindi la sopravvivenza della ormai nota biodiversità.
La Forestazione Urbana deve garantire la realizzazione di un sistema-bosco costituito da specie autoctone, ossia originarie del luogo di messa a dimora, perché sono quelle in grado di rinnovarsi ed estendersi spontaneamente fino formare un ecosistema completo, capace quindi di resistere meglio allo stress e ai fattori di disturbo ambientale, quali possono essere l’inquinamento e l’ingresso di specie esotiche, ossia originarie di luoghi lontani.
Un altro fattore importante da tenere presente nella gestione dei boschi urbani, perché possano diventare un vero ecosistema, è assicurare la continuità con le altre aree verdi.
Se la distruzione degli habitat è la principale causa di estinzione delle specie e di perdita di biodiversità, la loro frammentazione (ad esempio, a causa della realizzazione di un’autostrada senza passaggi per la fauna di terra) rappresenta un altro grave problema ecologico. Le popolazioni animali e vegetali che rimangono isolate in uno di questi frammenti si indeboliscono sempre di più e nel tempo sono soggette ad un più alto rischio di estinzione. Occorre quindi mettere in comunicazione le aree boschive urbane attraverso corridoi ecologici. In tali contesti diventa di fondamentale importanza mantenere una buona qualità ambientale, in modo da favorire il movimento, la dispersione e quindi la conservazione di tutte le specie animali e vegetali presenti.
Le aree verdi realizzate attraverso l’applicazione dei principi della forestazione urbana hanno un ruolo fondamentale poiché migliorano la qualità dell’aria, assorbono l’anidride carbonica e contribuiscono ad abbattere i gas serra responsabili dei cambiamenti climatici; contrastano inoltre l’effetto “isola di calore” nelle città attraverso l’ombreggiamento e la traspirazione delle piante, mitigando la temperatura dell’ambiente circostante.
Anche se costituiscono una frazione forse insignificante rispetto al patrimonio forestale del pianeta, i parchi e il verde metropolitano in generale sono gli unici luoghi che possono contribuire al mantenimento della biodiversità animale e vegetale in un ambiente fortemente antropizzato come quello cittadino.
Non meno importante è il ruolo che i parchi urbani hanno nell’educazione ambientale, nel promuovere e divulgare comportamenti più consapevoli e rispettosi dell’ambiente in un’ottica di sostenibilità.
La forestazione urbana è quindi il risultato di un nuovo approccio progettuale che fortunatamente tiene in maggiore considerazione il rapporto tra uomo e natura per la salvaguardia dell’ambiente, a discapito di criteri puramente estetici e di disegno, che oggi meno si adattano alla progettazione del verde urbano.

COMMITTENTE: Vari

PROGETTISTA: Arch. Davide Termine

RENDER: Arch. Davide Termine

DESCRIZIONE: Modellazione tridimensionale e rendering di interni. Appartamenti di ogni genere, monolocali, bilocali, trilocali…, realizzati con diversi programmi di render, in base alle richieste di dettaglio del cliente. Modellazione con Autocad 2010 e Revit Architecture Desktop fornendo piante, prospetti e sezioni di dettaglio dell’appartamento in questione. Scelta dei materiali, delle varie tipologie d’illuminazione e creazione di render fotorelistici.

COMMITTENTE: Vari

PROGETTISTA: Arch. Davide Termine

RENDER: Arch. Davide Termine

DESCRIZIONE: Modellazione tridimensionale e rendering di interni. Camere da Letto di ogni genere, singole o doppie, realizzate con diversi programmi di render, in base alle richieste di dettaglio del cliente. Modellazione con Autocad 2010 e Revit Architecture Desktop fornendo piante, prospetti e sezioni di dettaglio dell’appartamento in questione. Scelta dei materiali, delle varie tipologie d’illuminazione e creazione di render fotorelistici.

COMMITTENTE: Vari

PROGETTISTA: Arch. Davide Termine

RENDER: Arch. Davide Termine

DESCRIZIONE: Modellazione tridimensionale e rendering di interni. Soggiorni e cucine di ogni genere realizzati con diversi programmi di render, in base alle richieste di dettaglio del cliente. Modellazione con Autocad 2010 e Revit Architecture Desktop fornendo piante, prospetti e sezioni di dettaglio dell’appartamento in questione. Scelta dei materiali, delle varie tipologie d’illuminazione e creazione di render fotorelistici.

COMMITTENTE: Vari

PROGETTISTA: Arch. Davide Termine

RENDER: Arch. Davide Termine

DESCRIZIONE: Modellazione tridimensionale e rendering di interni. Bagni di ogni genere realizzati con diversi programmi di render, in base alle richieste di dettaglio del cliente. Modellazione con Autocad 2010 e Revit Architecture Desktop fornendo piante, prospetti e sezioni di dettaglio dell’appartamento in questione. Scelta dei materiali, delle varie tipologie d’illuminazione e creazione di render fotorelistici.

Generalità
Appartenente alla famiglia delle Convallariaceae, Liriope muscari è una specie originaria dell’Asia dell’est, più precisamente di Cina, Giappone e Corea dove prospera nei sottoboschi ombrosi fino ai 1.500 metri di altezza.
Si tratta di una perenne sempreverde e rizomatosa che forma ampi cespugli, costituiti da foglie nastriformi, larghe alcuni centimetri e lunghe fino a 30-45 cm, leggermente carnose, lucide, di colore verde brillante, quasi scuro; con il passare del tempo il cespo, dal portamento leggermente arcuato, tondeggiante, tende ad allargarsi, tappezzando tutto il terreno a disposizione; tra il mese di Agosto e quello di Ottobre dal centro di ogni gruppo di foglie crescono alcuni fusti eretti che portano una pannocchia composta da piccoli fiori fitti e campanulati di colore viola, bianco o blu. I fiori sono simili a quelli prodotti dalle piante del genere Muscari, somiglianza che dà il nome alla specie. Esistono varietà con foglie variegate e con fiori di colore particolarmente intenso; in inverno sulle spighe rimangono i piccoli frutti, bacche delle dimensioni di un pisello, di colore bianco o nero.

Esigenze pedologiche e climatiche
Liriope muscari è una pianta rustica che resiste bene sia al freddo che alla siccità; sono piante che tollerano qualsiasi esposizione; pur prediligendo posizioni assolate, riesce molto bene anche in zone semi ombreggiate e può essere coltivata con discreto successo anche in piena ombra. Il terreno ideale è sciolto, ricco di materia organica e ben drenante: a questo scopo è bene lavorarlo con l’aggiunta di un po’ di sabbia; come già accennato, resiste bene anche ai periodi di siccità tanto che in genere non è necessario bagnarla se non nei periodi più caldi dell’anno.
Si moltiplica a primavera per divisione dei rizomi che vanno ripiantati immediatamente. Sono piante che generalmente non vengono attaccate da parassiti e malattie.
Da evitare pericolosi ristagni idrici che portano al progressivo disseccamento delle foglie fino al deperimento totale della pianta.

Utilizzi progettuali
Il Liriope muscari è una pianta davvero interessante da coltivare non solo perché capace di regalare una bella fioritura in un periodo insolito ma anche per la bellezza decorativa delle sue foglie.
Molto adatte nelle bordure come piante di primo piano, gli accostamenti preferiti sono con Hosta, Mitella, Tiarella, Waldsteinia, anche se interessanti sono pure le combinazioni con Hemerocallis, Bletilla  e Tulbaghia.
Per avere un buon risultato devono essere piantate con una densità di 6-8 piantine al mq.
Liriope muscari sono piante che vengono utilizzate anche per consolidare i terreni dei dirupi, poiché, pur non sviluppandosi molto in altezza, producono un notevole apparato radicale.
Ottime come piante coprisuolo ai piedi dei grandi alberi, sono anche adatte alla coltivazione in vaso: in questo caso bisogna usare un substrato formato da terriccio universale con l’aggiunta di un terzo di una miscela di sabbia e di compost maturo in parti uguali.

Originaria del Nord America, l’Echinacea purpurea appartiene al vasto mondo delle erbacee perenni, famiglia delle ‘Asteraceae’.
Fino a tarda primavera costituisce grandi cuscini di foglie lucide e allungate, non particolarmente ornamentali, da cui fuoriescono steli dalle cui sommità si aprono durante il periodo estivo (giugno – settembre) bellissimi fiori a forma di margherita, dapprima color rosa intenso poi rosa più chiaro.
Pianta molto interessante anche durante il periodo invernale perché i fiori presentano un capolino ornamentale e persistente anche su pianta spoglia.

Clima ed esposizione
L’Echinacea purpurea ama le posizioni soleggiate e non teme il gelo.
E’ una pianta molto rustica che non soffre di particolari malattie e parassiti.

Coltivazione
Non ha particolari esigenze per quanto riguarda la natura del terreno, che comunque deve consentire un drenaggio sufficiente per non causare pericolosi marciumi radicali. Gli steli si possono allungare fino ad un altezza di 80 – 100 cm, di conseguenza è consigliabile utilizzare sistemi di tutoraggio. Consigliamo di potare i cespi  a livello del terreno una volta all’anno, a fine inverno, per apprezzare il fascino invernale di questa pianta. Come per tutte le perenni, il periodo migliore per il trapianto è l’autunno.

Utilizzi progettuali
Erbacea perenne particolarmente efficace nel giardino informale e paesaggistico, imprescindibile nel giardino di campagna in compagnia di altre perenni dalla medesima attitudine (es. Rudbeckia, Achillea, Salvia, etc.).
Meglio posizionarla in secondo piano per valorizzare la fioritura e  nascondere le foglie, non particolarmente ornamentali. Bene anche isolata, con gli arbusti molto efficace è l’accostamento con rose paesaggistiche dai fiori tonalità pastello. Sconsigliamo l’utilizzo in vaso a causa del portamento poco compatto.

Curiosità
Per un giardino pieno di vita è interessante sapere che l’Echinacea purpurea è pianta amata da numerosi insetti utili in quanto buona produttrice di nettare e polline. E’ bene ricordare il ruolo imprescindibile degli insetti nell’equilibrio ambientale invece che ricordarne solo le presenze fastidiose, come le zanzare (il cui numero aumenta ogni anno proprio perché molti dei predatori naturali, i cosiddetti insetti utili, sono scomparsi causa monocolture e uso spropositato di prodotti chimici).
Antichi alleati dell’umanità, gli insetti svolgono da tempo immemorabile funzioni essenziali per la prosperità delle piante, assicurando un ecosistema funzionante!
Fondamentale è quindi il lavoro di noi progettisti e professionisti del verde nell’ impiegare specie vegetali in grado di attrarre numerosi insetti utili e prediligere l’utilizzo di molte varietà a discapito delle noiose monocolture.

Cos’è un prato fiorito

Un prato fiorito  è  un’ insieme di fiori selvatici spontanei, come soluzione di continuità tra il paesaggio naturale e quello antropizzato, ottenuto tramite l’utilizzo di sementi speciali. E’ formato da miscugli selezionati costituiti da wildflowers (fiori selvatici), originati da specie ed ecotipi locali. Può essere utilizzato in moltissime situazioni, sia in giardini privati che in aiuole e spazi pubblici, contribuendo in maniera significativa alla valorizzazione estetico – paesaggistica e alla riqualificazione ambientale a basso input energetico di ambienti antropizzati. Esiste la possibilità dell`impiego come occasione di ripristino della biodiversità nei suoli degradati ed a complemento della gestione del verde urbano e delle grandi infrastrutture.

Si tratta di prati ottenuti da un miscuglio di semi che oltre alle graminacee, tipiche dei tappeti erbosi tradizionali, prevedono l’utilizzo di piante erbacee caratterizzate da fioriture vistose. Il miscuglio delle piante da impiegare per costituire questi prati può essere orientato verso la scelta di specie che resistono alla siccità o specie che richiedono una più frequente innaffiatura, da specie che fioriscono in un periodo più ristretto (per avere una grande quantità di colore concentrata in un determinato periodo) o da specie che fioriscono in periodi differenti (in modo tale da avere fioriture di minore intensità ma distribuite in un lasso di tempo che corrisponde, grosso modo, a quasi tutta la stagione vegetativa). Si può ricorrere anche a miscugli che comprendono specie erbacee tipiche della zona; in questo caso si contribuisce al mantenimento della biodiversità consentendo alle specie eliminate dal territorio a causa dell’agricoltura intensiva e dalla continua e selvaggia cementificazione, di  permanere nello stesso grazie alla loro presenza nei giardini e in spazi verdi. I miscugli si possono scegliere anche in base all’altezza delle piante; indicativamente si hanno due fasce, quella compresa tra i 30 e i 40 cm e quella compresa tra i 70 e i 110 cm.

Per ottenere l’effetto desiderato e per avere quindi un prato fiorito di qualità, è fondamentale partire da un miscuglio di semi adeguato. Per fare ciò, le migliori ditte produttrici delle sementi di prato fiorito  lavorano seguendo questo iter:

  • individuazione delle specie erbacee spontanee o naturalizzate in base al loro potenziale ornamentale e di biodiversità e raccolta del seme in ambienti naturali;
  • studio della riproduzione delle specie individuate;
  • caratterizzazione biologica, estetica e funzionale delle specie e loro adattabilità alla coltivazione intensiva come mezzo di conservazione e valorizzazione;
  • impiego delle specie individuate in ambienti antropizzati e valutazione dell’effetto ornamentale, del livello di biodiversità animale (insetti) e del valore ecologico del sistema.

Il prato fiorito come alternativa al classico ‘prato all’inglese’ per contenere il consumo di acqua, di veleni,  la manutenzione e incentivare la biodiversità.

Il cosiddetto “prato inglese” cioè il prato di un bel colore verde carico, ben rasato, compatto e abbondantemente irrigato, si giova di piogge regolari estive e di temperature massime relativamente contenute che sono condizioni che caratterizzano, per l’appunto, il clima inglese. In Italia, dove ormai le precipitazioni estive sono limitate a brevi ma intensi acquazzoni, il prato deve essere frequentemente irrigato il che comporta un grosso dispendio di acqua, bene la cui disponibilità, soprattutto in periodi di carenza, è limitata. L’irrigazione del prato, oltretutto, è poco efficace nel senso che, dovendolo irrigare a pioggia, una buona parte dell’acqua irrorata si perde per evaporazione, senza raggiungere le radici delle graminacee che compongono il prato. Da non trascurare anche il costo dell’impianto d’irrigazione che risulta sensibilmente superiore per il prato rispetto a quello utilizzato per innaffiare alberi e arbusti. Il ‘prato inglese’, inoltre, per essere mantenuto decorosamente, andrebbe tagliato almeno due volte alla settimana e questo, indicativamente, dalla primavera all’autunno, il che comporta un bel carico di lavoro manutentivo. Inoltre è necessario ogni 3-4 anni effettuare un rifacimento del prato stesso o, in alternativa, ricorrere annualmente ad operazioni quali carotatura, arieggiatura, scarificatura e “top dressing”, cioè una serie di operazioni atte a rigenerare l’efficienza del tappeto erboso. Altra nota dolente del prato è data dalle zone in ombra che caratterizzano molti piccoli giardini. Gli esiti, di questa situazione sono noti: crescita di muschio e prato stentato caratterizzato da scarsa fittezza e scarso sviluppo vegetativo con tappeto erboso distribuito, per lo più, a macchie prima dell’avvento definitivo del muschio.

Per tutta questa serie di motivi si può incominciare a pensare a soluzioni alternative come lo è il prato fiorito, di gradevole aspetto ornamentale, richiede nulla o bassa manutenzione, favorisce la biodiversità e la eco – sostenibilità. Il prato fiorito permette inoltre di abbattere sensibilmente i costi di gestione, favorire il risparmio idrico e avere comunque risultati estetici e funzionali uguali o superiori rispetto al prato all’inglese. Inoltre un prato fiorito è un prato vivo, allegro e dinamico, in cui si possono ancora sentire i suoni dei piccoli animaletti e degli insetti che lo popolano. E’ un prato ricco di fioriture, di colori e di vita, ogni volta che lo si guarda non è mai uguale alla volta precedente,  molto lontano dalla verde monotonia di un ‘prato inglese’ che cela dietro la sua crudele bellezza un enorme dispendio di acqua, concimi, pesticidi … e perché no, di fatica.

I prati fioriti richiedono limitate manutenzioni, in particolare lo sfalcio viene eseguito, in media, una volta all’anno a fine stagione e l’irrigazione, a parte il periodo compreso tra la semina e la germinazione, viene effettuata solo in caso di lunghi periodi siccitosi. Il prato fiorito inoltre, si mantiene per 5-6 anni e solo successivamente bisognerà effettuare una trasemina per rinnovarlo.

L`impianto di un prato fiorito offre due aspetti molto interessanti: a livello sociale questo tipo di vegetazione è decisamente  evocativa per l’ immaginario comune, crea curiosità e stimola lo scambio culturale; a livello naturalistico, è habitat per molti insetti e piccoli animali.

Koelreuteria paniculata – L’albero delle lanterne cinesi

Nel cuore dell’estate pochi alberi da giardino regalano vistose fioriture. Tra questi presentiamo la Koelreuteria paniculata, conosciuto comunemente come albero delle lanterne cinesi. Come numerose specie arboree ornamentali, anche Koelreuteria paniculata è una pianta esotica, introdotta in Europa dalla Cina settentrionale nella seconda metà del XVIII secolo.

Questo albero è particolarmente interessante per l’abbondante fioritura estiva e per i frutti che ricordano, nella forma, delle lanterne cinesi. Si adatta a qualsiasi tipo di terreno e non teme alcuna avversità. La sua chioma espansa forma un’ampia zona d’ombra, gradevole nelle calde giornate estive.

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Caratteristiche botaniche

Si tratta di un albero di medie dimensioni (raggiunge un’altezza di circa 8-10 metri) e dalla chioma molto espansa (10-12 metri di diametro), che ricorda nella forma quella di un ombrello, in grado di creare una piacevole ombra.

Ogni singola foglia (lunga circa 35cm) è composta da un numero dispari di foglioline (5-15) ovali e dal margine seghettato; è di un bel colore verde rosato in primavera, che diventa verde pieno ad inizio estate, per poi assumere una bellissima colorazione gialla in autunno (ottobre), prima della caduta. I fiori, piccoli (1cm di diametro) e riuniti in infiorescenze che possono raggiungere anche i 30-40 cm di lunghezza, appaiono in piena estate (luglio-agosto). Sono particolarmente appariscenti poiché di colore giallo, colore abbastanza insolito tra le fioriture estive, almeno per quanto riguarda gli alberi.

Ai fiori seguono caratteristici frutti simili a lanterne cinesi, che inizialmente sono di colore verde chiaro e assumono poi una tonalità rossastra, sino a raggiungere, a maturità, colore nocciola e consistenza cartacea. I frutti rimangono sulla pianta anche dopo che si sono aperti e hanno liberato i semi: durante l’inverno, e sino a primavera, la pianta, pur priva di foglie, fa sfoggio perciò di una miriade di ‘lanterne cinesi’, che creano nel giardino un’esotica atmosfera.

Esigenze pedologiche e climatiche

Questo albero è ideale per essere coltivato come singolo esemplare in giardini di medie dimensioni, in una posizione di primo piano. Si adatta a tutti i tipi di terreno e non è soggetto a particolari malattie.

Si può coltivare in tutti i nostri giardini, dalle zone di mare sino al Nord, in quanto resiste egregiamente sia ad una prolungata siccità estiva che ai freddi invernali. Bisogna però prestare attenzione a non metterlo a dimora in luoghi troppo ventosi, in quanto il suo legno non è particolarmente robusto; in caso di forti temporali estivi si potrebbe infatti verificare la rottura di qualche branca.

L’albero delle lanterne cinesi ama posizioni di pieno sole: questo garantisce sia un’abbondante fioritura che un’accesa colorazione gialla del fogliame in autunno che lo rende particolarmente attraente e ornamentale.

Hemerocallis fulva – La bella di giorno

La bella di giorno è una pianta sia ornamentale che commestibile. Si tratta di una specie erbacea originaria dell’Asia dotata di grande rusticità, in quanto di adatta a diversi tipi di terreno, sopporta la siccità e resiste bene al freddo. Della pianta si utilizzano varie parti. Non richiede interventi antiparassitari, per questo motivo è una specie ideale da coltivare nel giardino a bassa manutenzione.

Hemerocallis fulva è una pianta erbacea perenne molto longeva (può vivere anche per decine di anni) e vivace (in autunno le sue foglie ingialliscono e si seccano, per rispuntare di nuovo in primavera), che tende a inselvatichirsi pur non divenendo mai infestante, in quanto si espande lentamente.

Caratteristiche botaniche

In primavera, verso aprile, compaiono a livello del terreno numerosi germogli, che originano altrettanti ciuffi di foglie nastriformi, le quali raggiungono in piena vegetazione la lunghezza di circa 25-50cm. Dal centro di ogni ciuffo di foglie si sviluppa uno scapo fiorale, che può raggiungere anche il metro di altezza. In cima a ogni scapo fiorale si sviluppano numerosi boccioli, che si schiudono gradualmente uno dopo l’altro durante la stagione di fioritura, che va da giugno sino a luglio-settembre a seconda delle varietà. Il fiore dell’Hemerocallis fulva, è di grandi dimensioni (6-10cm di diametro) ed è costituito da 6 petali parzialmente sovrapposti alla base e ricurvi alla sommità; ogni singolo fiore dura un solo giorno, da mattina a sera. La bella di giorno è costituita quidni nel suo insieme da numerosi ciuffi di foglie che originano altrettanti scapi fiorali: in questo modo la pianta produce ogni giorno diversi fiori. Dai fiori si sviluppano grossi frutti verdi a forma di capsula, che poi si seccano aprendosi e lasciando cadere semi neri e lucenti. In genere è bene rimuovere questi frutti, che non hanno uso alimentare, per stimolare la fioritura. L’apparato radicale della bella di giorno è costituito da rizomi (fusti sotterranei ingrossati) e da radici affastellate e carnose, le cui estremità sono provviste di piccoli tuberi, turgidi e di colore bianco candido in primavera, morbidi e di colore marroncino in autunno

Esigenze pedologiche e climatiche

Se coltivata al Nord, la bella di giorno predilige posizioni di pieno sole, mentre al Centro – Sud dà il meglio di sé in posizioni di mezz’ombra. Anche in fatto di terreno la pianta è molto rustica, in quanto si adatta a quasi tutti i tipi di suolo, purché ben drenati, anche se preferisce quelli ricchi in sostanza organica. La bella di giorno non ha particolari esigenze d’acqua, in quanto resiste abbastanza bene alla siccità, anche se è meglio intervenire con irrigazioni di soccorso per avere una buona crescita vegetativa e un’abbondante fioritura. Oltre a essere una specie rustica e affidabile, l’Hemerocallis fulva non viene neppure colpita da avversità, pertanto non ha bisogno di alcun tipo di intervento antiparassitario.

Utilizzi

Data la grande adattabilità e rusticità, questa specie con i suoi colori e la sua vivacità è in grado di illuminare qualsiasi angolo del nostro giardino, inoltre può essere coltivata per formare bordure di confine tra una zona e l’altra, come pianta di primo piano in aiole oppure sotto la chioma di alberi ad alto fusto, purché riceva qualche ora di sole.

Oltre a essere un’insuperabile specie ornamentale per la bella e prolungata fioritura, rappresenta anche un’eccellente pianta commestibile dai molteplici usi in cucina. Le parti più impiegate per preparare pietanze sono i boccioli ed i fiori, ma sono altresì utilizzati anche i teneri germogli primaverili ed anche i piccoli e giovani tuberi.

Gli Healing Gardens possono rientrare nel concetto più ampio di Healing Environment, termine usato per descrivere “l’atmosfera creata per supportare le famiglie durante il periodo di ospedalizzazione (…) con lo scopo di trasmettere sentimenti di speranza e gioia, fattori che giocano un ruolo importante nel processo di guarigione…” (Whitehouse et al., 2001).
Aree naturali, seminaturali o appositamente progettate all’interno di spazi destinati alla cura dei malati: sono gli “Healing gardens”, giardini terapeutici per persone con problemi di salute mentale, malati di alzheimer, disabili, fruitori di cliniche, ospedali, centri di riabilitazione in cui si vuole creare un’atmosfera rilassante e serena.
Questa tecnica di giardinaggio ambientale legata all’ecoterapia consente di modificare il nostro microambiente anche attraverso una precisa dislocazione sul terreno di piante a noi favorevoli, apportando stabilmente nel nostro habitat una influenza benefica e piacevole.
Un sistema “natura-terapia” con percorsi riabilitativi concorre ad esaltare la silenziosa e benefica energia vitale di selezionate piante che, in base alle loro capacità benefiche, possono influire positivamente sull’organismo umano.
In un’ottica più ampia si può arrivare alla realizzazione di parchi e giardini realmente terapeutici o bioenergetici. Il fattore principale è la convinzione che le caratteristiche ambientali possano giocare un ruolo importante nel miglioramento delle condizioni di salute dei malati e di tutti coloro che soffrono.
Un tema attuale e di estrema importanza che il nostro studio segue con grande attenzione e professionalità, collaborando con esperti del settore e tenendo sempre monitorato lo sviluppo delle tecniche di progettazione per offrire lavori sempre più adeguati alle finalità richieste dalla committenza.

In questi giorni e fino al 26 maggio al Royal Hospital di Londra sono in mostra circa 500 espositori da tutto il mondo e si attendono oltre 150 mila visitatori.
Tetti verdi e fioriti, piante adatte alla scarsità di acqua e ingegnose soluzioni tecniche per risparmiarne, capolavori dell’arte topiaria, bellissimi fiori spontanei e trucchi e selezioni di piante per attirare uccellini, insetti utili e piccola fauna nei nostri giardini.
Nell’edizione di quest’anno il RHS Chelsea Flower Show ospita quattro categorie di giardini:
“Show Gardens”, giardini spettacolari di primo livello progettati da top designer
“Artisan Gardens”, realizzati con materiali e tecniche artigianali che arrivano dalla tradizione
“Generation Gardens” , dimostrazioni di vari modi di usare gli appezzamenti di terra di giardini antistanti
“Fresh Gardens”, giardini moderni e inventivi con accanto stand commerciali che offrono nuovi prodotti ingegnosi
Il giardinaggio urbano rimane protagonista attraverso l’“RHS Environment” che avrà come tema quest’anno l’“urban greening”, cioè il rinverdimento urbano, e più precisamente sarà centrata sulla gamma di benefici ambientali prodotti dagli spazi verdi delle città (tema molto caro al nostro studio).
Da non dimenticare infine, gli assoluti protagonisti dell’esposizione commerciale di Chelsea, ossia le piante: centinaia di differenti specie di piante e fiori, migliaia di differenti varietà, decine di migliaia di fiori!
Una manifestazione di livello internazionale che il nostro studio seguirà attentamente per seguire le più recenti evoluzioni nella progettazione del verde e per “catturare” le intuizioni dei migliori Garden Designer del Mondo.