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Il contatto con la natura, si sa, fa bene al corpo e allo spirito. È quello che avranno pensato i due architetti Chris Precht e Dayong Sun, dello studio Penda, quando si sono trovati a progettare due caffetterie in città cinesi, Pechino e Tianjin, tra le più inquinate. L’inquinamento è problema concreto nelle enormi megalopoli cinesi e i progettisti hanno deciso di partire da questo punto per sviluppare un concept che sarà caratterizzante per tutti i punti vendita della catena che apriranno: un cafè dove prendere una boccata d’aria pulita.

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L’idea base è quella di creare all’interno di questa caffetteria di Pechino uno spazio per respirare aria pulita in una delle città più inquinate del mondo, inserendo al suo interno la vegetazione: piante semplici da coltivare, che non necessitano di particolare manutenzione come felci ed edere, ma anche erbe aromatiche, il cui profumo si mescola a quello del caffè.

La vegetazione è inserita in fioriere in legno di bambù sorrette da una struttura metallica riciclata. Le barre in acciaio utilizzate per il giardino sono quelle destinate solitamente all’armatura del calcestruzzo, e sono saldate tra loro a formare degli spazi modulari, facilmente ripetibili. Il sistema modulare rende l’organizzazione interna delle caffetterie estremamente flessibile. Lo spazio interno può mutare seguendo le esigenze dei clienti e dei gestori, ma può anche essere facilmente riadattato alla vegetazione che questi moduli in acciaio ospitano, in modo da dare più o meno spazio e luce alle piante.

home-cafe-penda-15 04 02Inoltre la flessibilità dello spazio garantisce al cliente, che frequenta il cafè, la possibilità di trovarsi in un luogo ogni volta diverso, con luci e ombre sempre nuove, con contenitori che ospitano piante e alcuni che ospitano libri: a seconda delle esigenze lo spazio potrà mutare e le piante, crescendo, potranno creare una parete verde e dei piccoli giardini pensili.

04L’uso di materiali semplici focalizza l’attenzione verso il verde: dalle barre d’acciaio alle fioriere in legno di bambù, dalle pareti coperte da intonaco grezzo alla scelta dell’arredamento, con sedute rivestite in pelle e mobili in legno grezzo.

Un’oasi nel cuore dell’urbanizzata e inquinata Pechino, una piccola boccata d’aria nel grigio dello smog.

da: architetturaecosostenibile.it

Arbusto sempreverde di piccole dimensioni, in genere ricadente o eretto, originario dell’America meridionale. Ha sottili fusti di colore marrone rossastro, scarsamente ramificati, che portano lunghe foglie pennate, costituite da piccole foglioline ovali-ellittiche, appiattite; la particolarità della mimosa pudica è che durante le ore notturne, o in caso di contatto, il fogliame si ripiega su se stesso, da questa caratteristica deriva il nome latino ed i nomi comuni nelle varie lingue del mondo. Le foglie sono di aspetto delicato, ricordano le felci, di colore verde chiaro, leggermente pruinose; sui fusti sono presenti alcune spine e piccoli peli sottili. Tutte le parti della pianta sono tossiche se ingerite.

Mimosa-pudicaIn primavera inoltrata produce piccoli fiori tondeggianti, simili a piccoli pompon, di colore rosa lilla; ai fiori seguono piccoli baccelli tondeggianti, riuniti in grappoli, di colore marrone chiaro.

Queste piante sono diffuse in gran parte del globo, nelle aree con clima tropicale possono diventare piante infestanti.

Descrizione della Mimosa pudica

La mimosa pudica è una pianta semilegnosa che appartiene alla famiglia delle Fabaceae. È originaria del Centro e Sud America, ma è stata introdotta in molte altre regioni dove è anche considerata specie invasiva, per esempio in Tanzania, Sud-Est asiatico e isole del Pacifico. È combattuta attivamente in quasi tutta l’Australia.

È in generale una pianta perenne, non resistente al gelo, eretta, molto ramificata e con rami spinosi. Viene, nell’emisfero settentrionale, coltivata come annuale in vaso, dove difficilmente supera i 50 cm di altezza. In natura, invece, può raggiungere anche il metro e mezzo.

Gli steli sono eretti nelle piante giovani ma diventano poi rampicanti con l’età. Può però crescere anche sul terreno diventando strisciante. Le foglie sono composite, bipennate, con da 10 a 26 foglioline per parte. I fiori sono ascellari e nascono a metà estate. Le infiorescenze sono formate da 1 a 4 globi di colore dal rosa al porpora da 1 a 1,5 cm di diametro, portati su di un peduncolo da 12 a 25 mm di lunghezza. Ognuno è composto da numerosi fiori costituiti da un minuscolo calice e delle corolle campanulate e da 4 stami rosa e antere bianche.

Il frutto è un piccolo baccello piatto composto da 3 o 4 segmenti lungo da 1 a1,5 cm e con il margine dotato di lunghi peli radi. Ogni sezione contiene un solo seme liscio di forma ovale o tonda di color marrone..

L’impollinazione avviene grazie all’aiuto del vento o degli insetti. La scorza dei semi è molto dura ed è quindi necessario, per favorire la geminazione, scalfirla leggermente.

Terreno

La mimosa pudica non ha particolari necessità in fatto di terreno. Predilige comunque un substrato leggero, ma ricco e comunque ben drenato. È molto importante creare sul fondo del vaso uno spesso strato drenante composto da ghiaia o argilla espansa. Materiale inerte di questo tipo può anche essere mescolato, in modiche quantità, al substrato in maniera che risulti ben arieggiato. In questa maniera si eviteranno i ristagni e il pericolo di asfissie radicali.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta erbacea, se cresciuta nelle giuste condizioni, risulta spesso molto vigorosa e, anche da seme, occupa velocemente tutto lo spazio che le viene destinato. È così possibile che si renda necessario il rinvaso anche due-tre volte nell’arco dell’anno.

Procediamo senza indugi nel momento in cui vediamo che il contenitore non è più in grado di contenere la pianta oppure si notano le radici spuntare dai fori di scolo o dalla superficie del substrato. Ad ogni modo raramente si utilizzano contenitori di diametro maggiore di 12 centimetri.

Prediligono terreni soffici e sciolti, non troppo fertili, ben drenati; in genere tendono ad adattarsi anche in terreni poveri o sassosi. Si utilizza in genere un miscuglio costituito da due parti di torba, due parti di terriccio universale ed una parte di sabbia per aumentare il drenaggio.

Mimosa pudica

Mimosa-pudicaLa mimosa pudica è una pianta unica nel suo genere. Si distingue dalle altre per il particolare comportamento delle foglie, queste, infatti, si contraggono appena vengono toccate. Questa peculiarità ha fatto sì che alla pianta fossero attribuiti tanti nomi comuni. Tra questi: pianta sensibile, pianta umile, pianta timida, pianta dormiente e non toccarmi. Anche il nome botanico deriva proprio dal comportamento della pianta. Botanicamente parlando, infatti, la mimosa pudica si chiama semplicemente “sensitive”, termine inglese che significa ‘ sensibile’. Nella nostra lingua ovvero in italiano, la mimosa pudica viene semplicemente chiamata sensibile o mimosa sensibile.

Potatura

La mimosa pudica non è una pianta che necessita di potatura. In genere si procede a rimuovere le parti secche o danneggiate. Gli interventi vanno effettuati dopo la fioritura. I fiori della mimosa pudica si sviluppano indicativamente da luglio a settembre. La potatura può quindi essere effettuata ad ottobre. In questo periodo si possono cimare anche i germogli apicali per favorire l’emissione di rametti laterali e basali.

Rusticità

126300-5Si tratta di una pianta assolutamente non rustica e in Italia può essere coltivata e mantenuta per più anni solo se cresciuta in appartamento, soprattutto durante i mesi invernali. Da ottobre ad aprile è bene tenerla all’interno con temperature che non scendano mai sotto i 15° gradi. Al di sotto di questo limite, infatti, la pianta potrebbe essere fortemente danneggiata. Il primo segno di sofferenza si evidenzia nelle foglie che tendono a diventare gialle. A partire dal mese di maggio, invece, possiamo cominciare a tenerla all’esterno, specie se viviamo nelle regioni centro-meridionali della penisola. Ad ogni modo può anche venire tranquillamente considerata una pianta annuale, lasciandola morire in autunno e poi riseminandola con l’arrivo della bella stagione.

Significato

La mimosa pudica racchiude in sé tutti i significati delle altre varietà di mimosa. Questa pianta, infatti, indica il passaggio dalle tenebre alla luce, ovvero dalla morte alla vita. In particolare, la mimosa pudica indica proprio la pudicizia e la timidezza. Questo significato dipende dal particolare comportamento della pianta. Come già detto, le foglie, se toccate, si restringono e si piegano l’una sull’altra, il picciolo si abbassa e il movimento si trasferisce velocemente su tutte le foglie dello stesso ramo.

da: giardinaggio.it

Il nostro studio, per la cura e la manutenzione di alberi ed alberature, è in grado di fornire un servizio altamente professionale e funzionale: si tratta di concimazioni radicali eseguite attraverso l’utilizzo del Palo Iniettore.

L’apparato radicale è una parte della pianta poco conosciuta e purtroppo poco tutelata, ma di vitale importanza per la sopravvivenza e la stabilità dell’albero.

Palo IniettoreIl palo iniettore è uno strumento in grado di veicolare direttamente nel terreno soluzioni nutritive, fitostimolanti  e/o sostanze in grado di guarire le nostre piante. Con l’ausilio di una pompa tali soluzioni, unite a sostanze organiche, funghi utili e batteri, sono direttamente disponibili per le radici che le assorbono e le trasportano in tutta la pianta. Si ha così un grosso beneficio per l’apparato radicale, di cui si migliora lo sviluppo ed il potere assorbente e di conseguenza si migliora lo stato vegetativo complessivo dell’albero. Con il palo iniettore è inoltre possibile far assimilare alla pianta alcuni prodotti sistemici che normalmente si distribuiscono sull’apparato fogliare, riducendo l’inquinamento ambientale, migliorando l’efficacia dell’assorbimento e potendo intervenire anche su esemplari di grande dimensioni.

Riassumendo, il metodo del palo iniettore è un intervento che attraverso un approccio scientifico e specifiche metodologie tecniche, eseguibili solamente da personale altamente specializzato, consente di intervenire velocemente ed efficacemente su una singola pianta che necessita di cura e assistenza.

Il nostro studio utilizza la tecnica del Palo Iniettore anche per inoculare nel suolo le Micorrize.

MicorrizeLe Micorrize sono funghi utili che tramite simbiosi con l’apparato radicale della pianta ne aumentano la superficie ed il potere di assorbente. In questo modo si amplifica notevolmente la capacità dell’albero di assimilare le sostanze nutritive presenti nel terreno. La relazione tra funghi utili presenti nel terreno e le piante è una relazione molto frequente in natura: tramite il palo iniettore si vuole ricreare questa sintonia anche su esemplari arborei presenti nelle aree verdi urbane, ristabilendo quindi il rapporto naturale tra apparato radicale dell’albero e funghi del terreno, per avere piante più sane, più forti nei confronti di tutti gli stress ambientali e naturalmente più belle.                                          E’ fondamentale specificare che le micorrize sono veri e propri fertilizzanti naturali, spesso dimenticati a favore di fertilizzanti chimici ed oggi ritenute indispensabili dai professionisti più competenti ed aggiornati come sostegno naturale per lo sviluppo e la salute dell’albero.

Le piante micorrizate si presentano spesso più competitive e più tolleranti nei confronti degli stress ambientali rispetto alle piante non micorrizate, infatti questi funghi garantiscono alla pianta numerosi vantaggi:

  • facilitano in maniera significativa l’assorbimento di nutrienti presenti in forme normalmente non disponibili per le piante (ad esempio Azoto nei composti organici), fosforo, potassio, magnesio, ferro e dei microelementi indispensabili ad espletare le funzioni vitali delle piante
  • migliorano la  capacità di abbattere sostanze tossiche (metalli pesanti) presenti nel suolo.
  • migliorano la capacità della pianta di assorbire acqua, proteggendola dagli stress idrici.
  • svolgono la funzione di protezione nei confronti di funghi parassiti e nematodi e apportano benefici non nutrizionali dovuti, ad esempio, alla produzione di fitormoni.

Il periodo ideale in cui eseguire la potatura dei nostri alberi dipende sempre dal tipo di pianta con cui abbiamo a che fare; generalmente però, la maggior parte delle potature deve essere eseguita durante i mesi di riposo vegetativo.

Potatura_AlberiDa Novembre in avanti, fino alla fine dell’inverno le piante entrano in “letargo”; questo momento rappresenta il periodo ideale per eseguire interventi di potatura sulla maggior parte degli alberi.

Perché potare le piante?

Di regola le piante non necessitano di potatura ma, vivendo in ambiente urbanizzato, la convivenza tra uomo e pianta comporta che queste ultime possano essere educate e curate per garantire tale convivenza.          Per questo motivo la potatura viene solitamente eseguita per tre ragioni principali: sicurezza, salute degli alberi, aspetto estetico. Otre a questi, esistono altri obiettivi della potatura ognuno dei quali deve essere perseguito attraverso rigorosi metodi tecnico-scientifici disciplinati dalla moderna arboricoltura.

Un intervento di potatura, può assumere uno o più degli obiettivi sotto riportati:

  • rimuovere i rami secchi/morti;
  • tagliare i rami che ostacolano una visuale;
  • risolvere problemi di stabilità, verticalità ed ingombro;
  • rimuovere rami malati o infestati da insetti;
  • rimuovere focolai di infezione, soprattutto fungina;
  • arieggiare la chioma (molto importante in aree poco ventose);
  • permettere alla luce di filtrare attraverso la chioma;
  • rimuovere rami troppo fitti uno contro l’altro;
  • evitare che i rami crescano in prossimità delle linee elettriche (non potare i rami vicini ai fili elettrici – in questo caso, contattare la compagnia elettrica interessata);
  • favorire la longevità della pianta;
  • migliorare l’aspetto di una pianta.

Un albero non è come un cespuglio che richiede ripetute potature. Dal momento che la potatura cambia in maniera definitiva la struttura e l’aspetto di una pianta, è importante farla da subito con criterio. Gli alberi più belli sono quelli che hanno subìto una sapiente potatura in fase di crescita. Nonostante questo, i criteri generali da seguire nella potatura sono gli stessi per una pianta giovane e una adulta, a prescindere dalle dimensioni raggiunte.    La potatura deve essere sempre spinta da un obiettivo. Le ferite piccole cicatrizzano più in fretta rispetto a quelle grandi; per questo è preferibile asportare rami piccoli. Generalmente non bisogna mai tagliare rami di diametro superiore ai 10 cm, l’ideale sarebbe tagliare solo i rami con diametro inferiore ai 5cm e non rimuovere mai più di un quarto della chioma di un albero!

Il nostro staff è composto da Arboricoltori professionisti muniti di grande esperienza ed in continuo aggiornamento tecnico.

Eseguiamo solo interventi finalizzati al mantenimento della salute e della sicurezza della piante, condanniamo ogni tipo di capitozzatura e taglio indiscriminato degli alberi.

Il personale è molto qualificato ed in possesso di certificazione European Tree-worker per tutti gli interventi relativi alla cura degli alberi.

I nostri operatori dispongono di capacità e formazione per il lavoro in quota sia con l’utilizzo di piattaforme aeree, sia mediante la tecnica del “tree climbing”.

Evita di causare danni permanenti alle tue piante; decine e decine di anni di lenta ma continua crescita possono essere rovinate per sempre da errati e dannosi interventi di potatura. Affidati solo a veri professionisti.

Finalmente si potrà dire BASTA a chi si improvvisa!

Il 6 luglio 2016 sarà sicuramente una data da ricordare nel campo della cura, creazione e manutenzione del verde ornamentale: con l’approvazione del Senato, la figura di chi si occupa e manutiene il verde per mestiere è stata riconosciuta giuridicamente a livello nazionale, nasce così il Giardiniere Professionista Italiano.

Grazie a questa legge si potrà dire addio a tutti coloro che si improvvisano giardinieri dalla sera alla mattina, che improvvisano tagli delle siepi e potature (dannose!!!) agli alberi, che fanno danni e screditano questa magnifica professione ormai da troppo tempo.

Giardiniere_taglio pratoFinalmente è proprio la parola adatta: la nostra azienda si è sempre lamentata dello status quo prima del 6 luglio 2016: per fare il giardiniere fino ad allora in Italia non era necessaria nessuna certificazione che garantisse le proprie competenze : la scelta di prepararsi e fare corsi specialistici nelle scuole dedicate era affidata alla volontà del singolo. Una situazione che danneggiava fortemente i veri professionisti ed anche i clienti, che troppe volte non hanno potuto usufruire di un servizio adeguato alle aspettative. Questa Legge quindi non è solo un atto legislativo profondamente necessario per la categoria, ma è anche e soprattutto un mezzo a disposizione del comune cittadino per capire chi si trova davanti, se sta affidando il suo spazio verde ad una persona preparata o se sta rischiando con qualcuno che non possiede una competenza adeguata.

Questa legge sancisce una nuova dignità per il lavoro del Giardiniere. Ripetiamo: per fare il giardiniere sarà necessaria una preparazione riconosciuta legalmente. Ogni Regione italiana dovrà dare forma al provvedimento, indicando le certificazioni che occorreranno da oggi in poi ai giardinieri professionisti per poter svolgere la loro professione sul territorio.

La normativa fa parte di 3 disegni di legge per il verde: la fusione dei disegni presentati in modo trasversale agli schieramenti politici intende dar vita ad una legge che possa estendere agli spazi verdi la detrazione fiscale che già si applica da alcuni anni alla ristrutturazione edilizia.

La Professionalità da salvaguardare è proprio il punto fondamentale su cui anche noi dello Studio il Trifoglio ci siamo battuti per una maggiore tutela sia per chi fornisce il servizio, sia per chi lo riceve.

Per capire cosa sono le piante perenni, possiamo farci aiutare dal nome stesso con il quale sono chiamate: sono piante generalmente erbacee perché non hanno uno stelo legnoso e perenni perché il loro ciclo vitale non termina nel corso di una sola stagione come per le piante annuali ma si ripete ogni anno; difatti vanno a riposo durante la stagione invernale e riprendono la fase vegetativa in primavera.

Le perenni si posso suddividere in gruppi:

Piante perenni da giardino roccioso

Piante perenni d’aiuola

Perenni da bordure

Perenni da sottobosco

Perenni  tappezzanti e coprisuolo

Perenni da palude e acquatiche

Cottage GardenLe piante perenni sono piante per lo più molto rustiche, hanno una vita lunga, non hanno bisogno di cure particolari se non in limitate varietà e fioriscono per un periodo che varia dai 3 ai 5 mesi, pertanto se abbinate sapientemente possiamo ottenere fioriture scalari che vanno da Gennaio a Dicembre.

Generalmente necessitano di poca acqua, e non sono particolarmente esigenti dal punto di vista pedologico (è sufficiente un terreno fresco e leggero): in ogni caso vale sempre la regola “se ti conosco vivi a lungo”. Ogni pianta erbacea perenne ha le proprie caratteristiche con le relative esigenze;
il segreto per mantenerle belle e rigogliose è quello di cercare di ricreare nel proprio giardino, terrazzo o fioriera un habitat simile a quello naturale nel quale crescono spontaneamente.

Per lo più gran parte delle perenni è di facile coltivazione, raramente vengono attaccate da parassiti in maniera grave e richiedono relativamente poca cura, specie se crescono nel rispetto delle loro esigenze specifiche di esposizione, terreno e irrigazione.

Le uniche cure richieste sono una pulizia primaverile o autunnale dei fusti esausti dell’annata precedente e l’eventuale taglio negli esemplari semilegnosi.

Alle volte, per le varietà più alte, può essere necessario l’impiego di tutori.

Alcune piante perenni, specialmente le varietà con fioriture successive alla primavera, durante la stagione invernale perdono l’apparato vegetativo, cioè vanno a riposo sopravvivendo anche a temperature gelide e con l’arrivo della primavera ricominciano a germogliare.
Perché utilizzare le Piante Perenni ?

Innanzitutto dobbiamo sottolineare che all’interno di questa categoria troviamo una enorme varietà di fiori, con colori bellissimi e forme diverse tra loro. A questo si possono aggiungere le incredibili differenze di portamento, utilissime per creare movimento nelle bordure e, non ultimo, la forma e le colorazioni delle foglie, molto importanti per alternare in modo piacevole le varie tessiture. Sono interessanti anche durante l’inverno le specie e varietà  che lasciano bacche, infruttescenze soffici o baccelli che possono essere coperti dalla neve o dalla brina creando delle atmosfere magiche.
Le perenni sovente non sono solo belle da ammirare. Infatti alcune sono molto profumate e tra esse possiamo annoverare anche alcune piante aromatiche.

I profumi in giardino non dovrebbero mai essere sottovalutati perché sono la caratteristica che si fissa più profondamente nella nostra mente e possono diventare la caratteristica più evocativa con il passare degli anni.

Inoltre le infiorescenze delle perenni hanno la capacità di rendere il nostro giardino “vivo” attirando insetti gradevoli come gli uccelli, le api e le farfalle.

Le perenni presentano molti vantaggi rispetto alle piante annuali e alle biennali.

Prima di tutto la gran parte di loro dura molti anni e tendono ad allargarsi o a disseminarsi. E’ quindi molto difficile che si perdano o che muoiano definitivamente.

Se una certa varietà ci piace molto è sufficiente aspettare qualche anno perché si ingrandisca per poi dividerla durante l’inverno e creare altre piante da utilizzare in altre parti del giardino o da regalare ad altri amanti del verde.

Come possono essere usale le piante perenni in giardino ?

Le piante perenni si prestano a moltissimi utilizzi, infatti esiste una vastissima gamma di queste piante, pronte a soddisfare ogni particolare esigenza. Le perenni si prestano ad essere utilizzate in piccoli o grandi spazi nella progettazione di un giardino, per giardini rocciosi, per realizzare aiuole, per il sottobosco e per zone fresche ed umide.
Le perenni sono piante molto varie e versatili: possono essere impiegate da sole come esemplari isolati (ad esempio le peonie) oppure in gruppo in giardini formali o in bordure con annuali, bulbose, rizomatose o arbusti. Possono essere coltivate anche in contenitori e inserite nel giardino al momento della fioritura in maniera da avere sempre colore oppure trovare una collocazione su balconi e terrazzi.

In genere le perenni e gli arbusti sono considerati la struttura portante in un giardino, ciò che lo caratterizza maggiormente dato che creano degli schemi che si ripresentano ogni anno a cui possono poi essere abbinate le piante annuali e le bulbose, più facili da spostare e inserire creando un elemento di innovazione ogni anno.

Avendo i più diversi portamenti (tappezzanti, rampicanti, erette, prostrate) non stupisce che riescano sempre a trovare una collocazione e siano ogni giorno più utilizzate.
Una delle caratteristiche peculiari delle perenni è la loro varietà, anche all’interno della stessa specie.

All’origine di questa abbiamo la grande capacità di avere delle mutazioni nel colori, nella forma dei fiori e nel loro habitus (per esempio varietà nane). Questi fenomeni si verificano sia in natura, sia in coltivazione.

Insomma, esiste una piante perenne per ogni specifica esigenza.

Divertiamoci a trovarla!

Il Certificato di abilitazione alla vendita, utilizzo  e consulenza dei prodotti fitosanitari diventa obbligatorio per legge.

Nel settore del verde ornamentale, così come in agricoltura, l’utilizzo dei prodotti fitosanitari richiede competenze e conoscenze sempre più specifiche, soprattutto in merito alle possibili conseguenze di ordine economico, sanitario ed ambientale.

Un corretto impiego dei prodotti fitosanitari rappresenta uno degli aspetti fondamentali della buona gestione aziendale, sia in relazione alle ricadute dirette sulla salute degli operatori e dei committenti, sia per i riflessi sulle coltivazioni, sull’ “ecosistema giardino” e sull’ambiente in generale.

La consapevolezza e la capacità di scelta sono quindi  le competenze richieste a chi intende  utilizzare in maniera corretta e professionale i prodotti fitosanitari.

 trattamento fitosanitarioIl PAN, Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, approvato con D.M. del 22/01/2014, si prefigge di guidare, garantire e monitorare un processo di cambiamento nelle pratiche di utilizzo dei prodotti fitosanitari verso forme caratterizzate da maggiore compatibilità e sostenibilità ambientale e sanitaria.

In linea con i contenuti della direttiva 2009/128/CE e del decreto legislativo n. 150/2012, il PAN si propone di raggiungere i seguenti obiettivi generali, al fine di ridurre i rischi associati all’impiego dei prodotti fitosanitari utilizzati nel settore del verde ornamentale (giardini, terrazzi, parchi, etc.) ed in aree agricole ed extra agricole:

  • ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari sulla salute umana, sull’ambiente e sulla biodiversità
  • promuovere l’applicazione della difesa integrata, della lotta biologica e di altri approcci alternativi all’utilizzo di prodotti chimici
  • proteggere gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari e la popolazione interessata
  • tutelare i consumatori
  • salvaguardare l’ambiente acquatico e le acque potabili
  • conservare la biodiversità e tutelare gli ecosistemi.

Conseguenza diretta del PAN è stata l’introduzione di una speciale autorizzazioneil “Certificato di Abilitazione alla Vendita, Utilizzo e Consulenza dei Prodotti Fitosanitari”.

A decorrere dal 26 novembre 2015 tale certificato costituisce requisito obbligatorio per chiunque intenda acquistare, utilizzare e/o fornire attività di consulenza in merito all’utilizzo dei prodotti fitosanitari.

I soggetti tutelati dal Piano di Azione Nazionale sono:

1)    Gli OPERATORI coinvolti nell’attuazione del PAN, ossia:

gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari (giardinieri, agricoltori, etc.);

i produttori e i distributori dei prodotti fitosanitari;

i consulenti della difesa fitosanitaria;

tutti gli enti pubblici e privati, comprese le associazioni, che gestiscono aree verdi frequentate dalla popolazione;

2)    La POPOLAZIONE interessata residente all’interno o i prossimità delle aree in cui vengono effettuati trattamenti con prodotti fitosanitari;

3)    I CONSUMATORI in quanto utilizzatori dei prodotti agroalimentari.

In definitiva, si capisce come il Piano di Azione Nazionale sia uno strumento legislativo volto a tutelare tutta la popolazione, professionisti del settore, committenti e consumatori.

Lo Studio Il Trifoglio, da sempre attento al principio della sostenibilità ambientale nella gestione del verde ed in linea con le normative vigenti, è in possesso di tale certificato.

Siamo quindi abilitati all’utilizzo professionale dei prodotti fitosanitari e preparati per fornire attività di consulenza in  materia  di  uso  sostenibile  dei prodotti fitosanitari e sui metodi di difesa alternativi.

 

Proteggi te, chi ti sta vicino e l’ambiente che ci ospita: diffida da personale non competente e sprovvisto dell’attestato abilitante.

 

RICHIEDILO, E’ UN TUO DIRITTO.

Simpatici cespuglietti che regalano da aprile a ottobre piccoli fiori candidi a stella, graziosi ma non vistosi come nei cugini Solanum da fiore, e soprattutto da giugno a marzo le bacche arancione tra il fogliame verde intenso. Inoltre i solanum da bacca sono piantine piuttosto economiche per la lunga resa che hanno (si possono anche mantenere per parecchi anni, volendo). Attenzione: i frutti sono velenosi se ingeriti (non sono peperoncini commestibili)!

Come sono fatti

Solanum-pseudocapsicum1Sono piccoli arbusti (max 50 x 50 cm) con foglie medio-piccole, ovato-lanceolate, di colore verde intenso o variegate di bianco nelle cultivar. I fiori sono bianchi, da aprile a ottobre. Ne derivano frutti a bacca arancione o rossa, che persistono insieme con i fiori da giugno a marzo, non commestibili.

Tra le varietà si segnalano Solanum capsicastrum ‘Ivema’ con foglie variegate di avorio, ‘Variegatum’ di bianco crema. Solanum pseudocapsicum invece, molto simile al capsicastrum, è più alto e produce bacche più grandi e durature.

Dove si coltivano

Provengono dall’America centrale e tollerano temperature da 0° a  45 °C. Nel Nord Italia in novembre vanno perlomeno posti in serra fredda, spostandoli in un interno fresco se la temperatura scendesse per più di due notti sotto zero. Sulle Alpi devono essere riparati all’interno già in ottobre. Non temono il vento, il freddo né il salmastro.

Come si coltivano in vaso

Vanno collocati a mezzo sole o mezz’ombra, soprattutto in Meridione; comunque non devono stazionare sotto i forti raggi del mezzogiorno estivo nemmeno nel Nord Italia.

Poneteli in un vaso in plastica, di diametro minimo di 24 cm per un esemplare di 25 cm di diametro, rinvasandolo ogni anno in marzo in una misura in più. Utilizzate un substrato piuttosto leggero, sciolto, fertile, e con un drenaggio ottimale; per es. un terzo terra da giardino e due terzi terriccio universale, o metà substrato per piante da fiore e metà universale.

1347550333_85bdaab2efAnnaffiateli con abbondanza e regolarità tra maggio e settembre appena il terriccio si è asciugato, molto meno negli altri mesi. Concimateli in marzo, giugno e settembre con un prodotto granulare a lenta cessione per arbusti da fiore.

Non è in genere necessario potarli, ma i rami secchi vanno rimossi in marzo, appena prima della ripresa vegetativa. Per riprodurli, prelevate le talee di ramo in maggio-giugno.

I loro nemici

Sono praticamente indistruttibili: solo di rado il ragnetto rosso attacca esemplari debilitati dal grande caldo con carenza idrica e scarsa ventilazione.

Il nuovo decreto di legge riguarda spazi privati, coperture a verde e giardini pensili

Oleandro _particolare fioreUna buona notizia per il portafoglio degli amanti del verde arriva dal Senato, dove di recente è stato presentato il disegno di legge “Misure di agevolazione fiscale per interventi di sistemazione a verde di aree scoperte di pertinenza delle unità immobiliari di proprietà privata”, che riguarda appunto lavori di riqualificazione di giardini e orti privati, ma anche la creazione di tetti verdi e di giardini pensili,
Scorrendo il ddl che incentiva i lavori in giardino si legge che è prevista una detrazione del 36% per spese che devono essere comprese tra i 2mila e 30mila euro annui. La detrazione spetta ai proprietari o agli affittuari. Si applica anche per spese sostenute per interventi sulle parti comuni dei condomini (tra i 5mila e i 50mila euro); in questo caso gli incentivi spettano al singolo condomino, secondo la quota che ha versato, a condizione che l’abbia versata entro i termini prescritti.
Inoltre si prevede che i comuni possano definire criteri e condizioni per realizzare opere di sistemazione a verde di aree private, per migliorare l’aspetto del territorio, per poi deliberare riduzioni dei tributi locali.
Per quanto riguarda la copertura finanziaria, il decreto vale circa 200 milioni di euro all’anno, che verrebbero individuati all’interno dei “Fondi di riserva e speciali”.
Il Ddl è stato presentato a Palazzo Madama dai senatori Susto, Di Biagio, Dalla Zanna, Laniere, Puppato, Gianluca Rossi, che nella relazione introduttiva hanno spiegato che l’obiettivo è di “rafforzare nel nostro paese una sana e diffusa cultura del verde” e ottenere, grazie agli interventi di riqualificazione un incremento del “valore ecologico e ambientale delle zone densamente edificate” e un recupero di quello “estetico e paesaggistico di spazi privati caratterizzati da degrado e abbandono”.
In quest’ottica il verde privato non è solo “arredo estetico qualificante di uno specifico contesto urbano – si legge ancora nella relazione introduttiva – ma soprattutto fattore essenziale di sviluppo e miglioramento della qualità della vita degli abitanti di un determinato territorio e strumento progettuale di compensazione e mitigazione degli impatti socio-ambientali prodotti da edificazioni anonime e lontane dalla ricerca del ‘bello’”.

Fonte: www.gardentv.it

Il Consiglio di Stato, con sentenza pronunciata lo scorso 6 ottobre 2014, è intervenuto in maniera particolarmente incisiva sancendo la legittimità del diniego di una lottizzazione fondato su accertamenti tecnici che abbiano evidenziato condizioni geologiche e geomorfologiche scadenti, pur in assenza di importanti ed evidenti dissesti generalizzati nel comparto e dintorni.

In un’ottica di tutela del territorio e di difesa dell’interesse pubblico della sicurezza di cose e persone, i Giudici ritengono che gli accertamenti di fatto e le cognizioni scientifiche del CTU, che nel merito appaiono insindacabili, possono essere utilizzate per la valutazione di una determinata situazione giuridica. La sentenza assume particolare rilevanza alla luce degli eventi catastrofici che da ultimo hanno colpito molte zone del nostro Paese, dove la mancata valutazione dei profili di “piena” idoneità geologica dei terreni ad accogliere strutture di tipo residenziale e non, ha portato a una lottizzazione selvaggia e incosciente delle aree e a una pianificazione urbanistica spesso del tutto incompatibile con lo stato dei luoghi.
casa che crollaLa causa portata all’esame del Consiglio di Stato aveva a oggetto le determinazioni di carattere negativo rese da un Comune della Liguria in ordine alla richiesta approvazione di un piano di lottizzazione di un’area già a destinazione residenziale, diniego motivato dall’Ente locale con esigenze di tutela geologica tali da far ritenere insussistente l’idoneità edificatoria del terreno di proprietà delle Società appellanti, le quali contestavano la fondatezza dei rilievi posti a sostegno del diniego prendendo in esame, in particolare, la espletata CTU, disposta in ordine alle sollevate questioni inerenti la idoneità geologica dei luoghi, le cui risultanze ad avviso di parte appellante, ove correttamente valutate, non sarebbero state ostative a una favorevole delibazione del presentato piano particolareggiato.

In particolare, la relazione illustrativa dell’esperito accertamento tecnico, nonostante per certi versi facesse ritenere l’intervento progettato compatibile con la situazione geologica dei terreni, in concreto non conteneva indicazioni univoche, nel senso che non escludeva ambiti tecnici di criticità geologica dell’area e neppure il rischio di fenomeni gravitativi e di dissesto che avrebbero potuto interessare l’ambito territoriale nel quale l’area deputata a ospitare l’insediamento residenziale si trovava.
Il Consiglio di Stato ha ritenuto di rilevanza decisiva la CTU, in quanto accertamento tecnico avente una sua significativa valenza accertativa a fronte delle perizie eseguite dai tecnici delle parti, completamente opposte fra loro, e ha evidenziato la funzione “probatoria” della CTU quale mezzo diretto ad assicurare un’adeguata attività istruttoria utile a supportare la valutazione in punto di fatto e di diritto da operarsi a cura del Giudice amministrativo nell’ambito di un potere dispositivo con metodo acquisitivo a questo da sempre rimesso.

Sulla scorta delle indicazioni tecniche fornite dal CTU, in relazione alle determinazioni amministrative di carattere negativo assunte dal Comune, il Consiglio di Stato ha valutato ragionevole e del tutto logico che la presenza di problematiche relative alla idoneità geologica dei luoghi già rilevata dall’Amministrazione avesse imposto l’adozione di misure di cautela coincidenti con l’interesse pubblico diretto ad assicurare la protezione del territorio, ma altresì la stessa sicurezza delle cose e delle persone insistenti su aree non solo potenzialmente, ma anche concretamente interessate da fenomeni gravitativi (per un approfondimento degli aspetti di protezione geologica, v. C.d.S., Sez. V, 21 giugno 2013, n. 3412).
Secondo i Giudici di legittimità, l’idoneità o meno del terreno a tollerare determinate soluzioni urbanistiche è aspetto senz’altro preliminare e perciò stesso preclusivo alla legittimità oltrechè opportunità di un progettato intervento che interessi quella parte del territorio, senza che queste circostanze ostative possano essere superate o incise negli opposti sensi da una previsione di destinazione residenziale che originariamente e solo in via generale lo strumento urbanistico ha impresso all’area. Le esigenze di cautela e di tutela dell’interesse pubblico perseguite dall’Amministrazione in relazione ai problemi di idoneità geologica riscontrati rientrano proprio nelle “finalità più complessive” dell’urbanistica più volte ribadite dal strada distruttaConsiglio di Stato, come rapportabili ai valori costituzionali di cui agli artt. 9, comma secondo, 32, 42, 44, 47 Cost. (cfr. tra le tante, C.d.S., sez. III, 10 maggio 2012, n. 2710), di guisa che a fronte delle predette esigenze di carattere pubblicistico, le potenzialità edificatorie collegate al diritto di proprietà, in presenza di oggettivi presupposti come quelli di mancata conformità geologica, assumono una valenza secondaria e comunque recessiva.

Secondo il Consiglio di Stato, la mancanza di una piena compatibilità geologica dei luoghi è elemento di negativa valutazione, che precede e supera la possibilità di dare attuazione a una previsione di destinazione residenziale di un’area che solo per scelta di politica pianificatoria è stata classificata a destinazione residenziale, ma che, in ragione della insorgenza di fenomeni “patologici” interessanti lo stato dei luoghi dei terreni, determina l’impossibilità di realizzare le previsioni urbanistiche.

 Ne deriva che, il potere inibitorio esercitato dalla Pubblica Amministrazione fondato su motivazioni di tipo tecnico risulta giustificato, come risulta giustificato il superamento del rapporto di automatismo fra previsioni urbanistiche e loro attuazione.

Chiara Benamati,

avvocato specializzato in diritto dell’ambiente

Delle numerosissime varietà esistenti, due sono le specie di clerodendri che, in Italia, si possono coltivare all’aperto tutto l’anno: C. trichotomum e C. bungei. Il primo resiste anche sulle Alpi, se posizionato in pieno sole anche d’inverno e in posizione riparata dai venti freddi, il secondo si ferma alla Val Padana, in uguale collocazione.

Clerodendrum Trichotomum, il più diffuso
Clerodendrum trichotomumIl più noto è C. trichotomum, un grazioso alberello diffusissimo nei giardini della Val Padana, dove era particolarmente di moda tra gli anni ’70 e ’80. Arrivato in Italia dal Giappone nel 1860 (donde il nome italiano di “clerodendro giapponese”), non teme assolutamente il gelo fino a –15 °C.

•  È un alberello alto e largo al massimo 6 m, con la scorza grigia e ruvida e i rami a ombrello, allevabile anche a cespuglio (fino a 2 m d’altezza): per la forma ad albero, più adatta a piccoli giardini, in autunno bisogna eliminare dalla base i polloni. La crescita non è rapidissima ma neppure lenta.

•  In primavera, emette grandi (lunghe fino a 20 cm) foglie cuoriformi, con margine intero o irregolarmente dentato, decidue, ruvide sulla pagina superiore e tomentose su quella inferiore, di colore verde scuro, che emanano un odore sgradevole ma solo se  vengono strofinate (però in Asia vengono consumate lesse…).

•  In agosto produce splendidi, vistosi racemi (diametro fino a 20 cm) apicali di fiori bianchi con quattro stami rosa-viola, profumatissimi (inondano per decine di metri l’aria circostante), che da settembre in poi si trasformano in curiosi frutti con il calice a forma di carnosa stella rosa shocking con al centro un grosso seme prima blu e poi nero: durano sui rami per tutto l’inverno, se gli uccellini non ne fanno razzia (ma per l’uomo il seme è velenoso).

•  Ne sono reperibili due varietà, piuttosto rustiche: ‘Fargesii’ ha foglie dai riflessi bronzei, fiori bianchi e fruttificazione abbondante; ‘Carnival’ sfoggia un fogliame di colore verde-blu marginato irregolarmente di giallo-grigio.

Clerodendrum_trichotomum,_VancouverOltre che il gelo, sopporta anche il caldo torrido e afoso, ma preferisce climi freschi e non tollera la salsedine; il vento forte è un nemico che può danneggiare le grandi foglie.

•  Predilige un sito in pieno sole, a mezz’ombra fiorisce meno. Si adatta a qualunque tipo di terreno, anche argilloso (ma lo gradirebbe fertile, poco calcareo e ben drenato), e al terribile inquinamento cittadino. Va curato nei primi due anni dall’impianto, offrendo irrigazioni regolari ma distanziate durante la bella stagione, poi non richiede altre cure particolari.

•  Le concimazioni in autunno e primavera con un prodotto per arbusti da fiore sono utili alla fioritura.

•  Non ha particolari nemici. Si può coltivare in vaso grande per una decina d’anni.

 

Clerodendrum Bungei, nuvola rosa

clerodendrum-bungeiGrazie alla sua discreta resistenza al freddo (fino a –10 °C), è relativamente diffuso anche C. bungei, un arbusto originario degli altipiani e delle vallate fresche comprese tra Cina, Himalaya, Taiwan e Vietnam, che raggiunge 1,5-2,5 m di altezza e che prende il nome da Alexander von Bunge, botanico ottocentesco dell’Universit di Tarru, in Estonia. Ha portamento arbustivo, ben ramificato e, volendo, si può allevare ad alberello eliminando i polloni basali e lungo il fusto.

•  In primavera si riempie di foglie decidue, ampie, cuoriformi, acuminate, dentate ai margini, di colore verde scuro sulla pagina superiore e con peli rossastri su quella inferiore; se strofinate, anch’esse emettono uno sgradevole odore (il che giustifica il precedente nome della specie, C. foetidum).

•  I fiori, piccoli, profumati, stellati, con calice piccolo e tubo corollino lungo e sottile che si apre in cinque segmenti lineari, sono di colore rosa brillante e compaiono, in luglio-agosto, riuniti in grandi corimbi ombrelliformi arrotondati, larghi fino anche a 20 cm, vistosissimi: l’arbusto somiglia a una nuvola rosa.

Clerodendrum_bungei• Come il precedente, è una specie rustica che preferisce posizioni protette con luce molto forte, ma al riparo dai raggi diretti del sole, specie in estate, e temperature invernali né troppo fredde né troppo calde (ideale una serra fredda o una veranda fresca e arieggiata; temperature superiori ai 10 °C sono eccessive).

•  Tende ad accestire facilmente e questo rende la divisione dei cespi il miglior metodo di moltiplicazione per la specie. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che, se non controllato nei suoi getti, può diventare infestante e, per il medesimo motivo, fatica a vivere in vaso (diametro minimo 50 cm e al massimo per 7-8 anni). Al tempo stesso la capacità pollonifera fa sì che possa riprodurre un fusto dalle radici anche in caso di inverni particolarmente rigidi (sotto i –12 °C per parecchi giorni).

•  In vaso e negli spazi ristretti può essere potato anche della metà per contenerne l’ingombro. La rimozione delle prime infiorescenze sfiorite spesso induce l’arbusto a produrne altre, in una seconda fioritura settembrina. Non ha particolari esigenze in fatto di terreno, che però non deve mai essere secco, anche se ben drenato; le annaffiature dovranno essere sempre abbondanti in estate, non solo nei primi anni, in vaso come in piena terra. Si concima come C. trichotomum e, come questo, non ha nemici.

•  Nelle terre d’origine, le foglie vengono utilizzate per preparare un decotto da applicare come cataplasma antispasmodico,  antinfiammatorio, antielmintico.

 

da: giardinaggioweb.net

I dottori agronomi tra le figure chiave della progettazione integrata per cogliere la complessità dell’architettura contemporanea.

Dal 2004 si assegna l’International highrise award, un premio biennale conferito agli edifici capaci di combinare i concetti di sostenibilità sociale e ambientale con quelli di pregio architettonico, paesaggistico e di qualità degli spazi interni.

Palazzo VerdeQuest’anno, la notizia è di pochi giorni or sono, il riconoscimento è andato al “Bosco verticale” – realizzato a Milano dallo Studio Boeri in collaborazione con il dottore agronomo Laura Gatti –, considerato un grattacielo capace di coniugare natura e architettura, una proiezione attuale della città futura.
Una città sempre più densa. Edifici, strade, infrastrutture aeree e sotterranee. Traffico automobilistico, ciclistico e pedonale.

Alberi.
A detta di Stefano Boeri “il Bosco verticale è una nuova idea di grattacielo, in cui alberi e umani convivono. È il primo esempio al mondo di una torre che arricchisce di biodiversità vegetale e faunistica la città che lo accoglie”. Due torri residenziali che ospitano un “ecosistema” di 113 appartamenti, 800 alberi e 16.000 piante arbustive ed erbacee.
Al di là degli aspetti architettonici – e dei commenti amplificati dalla rete – si tratta di una bella sfida, di sicuro interesse tecnico e professionale. Anche e soprattutto perché alla sua realizzazione hanno concorso svariate figure, specialisti dei più diversi ambiti, che hanno collaborato a stretto contatto per progettare un sistema complesso, articolato, vivo, punto di incontro delle conoscenze e delle competenze di molti professionisti.
Ingegneri, architetti, impiantisti.

Dottori agronomi.
D’altra parte la professione del dottore agronomo si pone all’intersezione di molti campi del sapere come l’unica in grado di cogliere quella miriade di sfaccettature che caratterizzano e sostengono ogni assetto vegetazionale, soprattutto qualora intimamente connesso al costruito. La crescita di interesse nei confronti di soluzioni architettoniche capaci di fondere elementi naturali nella progettazione urbana è notevole, basti pensare ai giardini pensili, al verde verticale, agli orti urbani.

Come inserire il verde all’interno delle città contemporanee e dell’involucro edilizio? Come rendere sostenibile la manutenzione di questi nuovi sistemi integrati? Sono sfide che aprono interessanti prospettive di collaborazione professionale, approcci auspicabilmente olistici orientati alla pianificazione e alla riqualificazione dei centri urbani e del territorio in generale, nella convinzione che quest’ultimo è molto più della somma dei suoi singoli componenti.

Per questo motivo abbiamo bisogno di progetti ai limiti dell’utopia per i quali, tuttavia, non sono sufficienti committenti visionari. Sono necessari gruppi di lavoro multidisciplinari, dotati di solida preparazione tecnico-scientifica, capaci di dialogare, fattivamente, tra loro. Un’apertura mentale che è anche un’apertura di credito.

Marco Fabbri
presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali di Milano

Tra tutela del territorio e autonomia pianificatoria. Una recente sentenza del Tar Lombardia.

Con delibera del Consiglio provinciale della Provincia di Monza e Brianza 10 luglio 2013, n. 16, è stato approvato il Piano territoriale di coordinamento provinciale (PTCP). L’approvazione è intervenuta a conclusione dell’iter di verifica ai sensi dell’art. 17 della legge di Regione Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (legge per il governo del territorio), avviato con delibera della Giunta regionale della Lombardia 9 maggio 2012, n. IX/3398. Il nuovo piano approvato ha previsto ampliamenti sia delle aree agricole sia dei corridoi ecologici presenti sul territorio, al fine di tutelare l’ambiente e il territorio i quali, negli ultimi decenni, hanno subito un incessante incremento del carico insediativo e della mobilità, soprattutto nella parte sud-est, che ha determinato una profonda tensione fra le spinte alla crescita – che continuano a essere vivaci – e le istanze di congelamento, di conservazione integrale degli spazi aperti residui.
La delibera di approvazione unitamente agli atti del PTCP sono stati oggetto di numerosissimi ricorsi (circa 130), promossi principalmente dai Comuni del territorio che, per le più svariate ragioni, non hanno ritenuto il piano urbanistico adeguato e coerente, sia con le diverse previsioni comunali sia con le esigenze territoriali nonché con la disciplina regionale.
Lo scorso settembre sono intervenute le prime decisioni del Tar Lombardia-Milano, relative a questi, con le quali il Tar ha riconosciuto la piena legittimità del PTCP di Monza e Brianza.
Fra i comuni che hanno lamentato l’illegittimità del PTCP, il Comune di Cornate d’Adda ha ritenuto che questo sarebbe pregiudizievole per il suo territorio in ragione dei contrasti con le previsioni contenute nel proprio piano di governo del territorio (PGT), approvato con delibera di Consiglio Comunale 29 marzo 2012, n. 3. Secondo l’Ente, i contrasti riguarderebbero soprattutto la classificazione di alcune aree, che il PGT ha inserito negli ambiti di trasformazione mentre il PTCP fra le aree agricole strategiche (AAS), ossia nella “rete verde di ricomposizione paesaggistica”. La doglianza risulta essere tuttavia contrastante con i principi di tutela e conservazione del territorio da cui le amministrazioni hanno tratto ispirazione per la pianificazione territoriale (o quantomeno avrebbero dovuto). Inoltre, il Comune ricorrente ha dedotto la violazione della delibera della Giunta regionale della Lombardia 19 settembre 2008, n. VIII/8059, con la quale sono stati dettati i criteri cui le Province si debbono attenere per l’individuazione delle AAS, stabilendo che si considerano ambiti agricoli strategici quelle parti di territorio provinciale connotate da uno specifico e peculiare rilievo, sotto il profilo congiunto dell’esercizio dell’attività agricola, dell’estensione e delle caratteristiche agronomiche del territorio. Secondo la delibera gli elementi che debbono essere valutati affinché un sito possa essere incluso fra le AAS, sono:
•    il riconoscimento della particolare rilevanza dell’attività agricola;
•    l’estensione e la continuità territoriale di scala sovracomunale, anche in rapporto alla continuità e all’economia di scala produttiva e alla qualificazione di particolari filiere e di produzioni tipiche;
•    la condizione di specifica produttività dei suoli; puntualizzando che non tutte le aree destinate all’attività agricola vanno classificate come AAS, ma solo quelle caratterizzate dalla presenza degli elementi di particolare rilievo sopra indicati.
Al riguardo, il Comune ha rilevato che la Provincia avrebbe classificato come AAS quasi tutte le aree agricole del suo territorio, violando così le direttive regionali, le quali escluderebbero che possano essere classificate tali tutte le aree agricole ricadenti nel territorio di un solo comune.
La disciplina, tuttavia, non esclude che tutte le aree agricole ricadenti nel territorio di un Comune o, comunque, gran parte di queste possano essere classificate fra le AAS. Questa, invero, si limita ad affermare che le aree agricole, per essere classificate come AAS, devono essere caratterizzate da elementi di particolare rilievo.
Alla luce di questo, il Tar non ha ritenuto illegittima la decisione di includere fra le AAS la maggior parte delle aree agricole ricadenti nel territorio del Comune di Cornate d’Adda, anche considerando che, come ogni altra scelta pianificatoria, queste decisioni sono espressione dell’ampia discrezionalità tecnica di cui l’amministrazione dispone in materia, dalla quale discende la loro sindacabilità solo nei ristretti limiti costituiti dalla manifesta illogicità ed evidente travisamento dei fatti. Questa scelta, ha chiarito il Tar (anche in altre occasioni), è data dalla la necessità di porre rimedio all’eccessivo consumo di suolo ormai posto in essere in una parte del territorio provinciale, tutelando maggiormente le aree agricole di maggiore valore situate nella porzione orientale della Provincia (cfr. Tar Lombardia Milano, sez. II, 27 maggio 2014, n. 1355).
Sotto diverso profilo, il Comune ha ritenuto che le scelte riguardanti le AAS e la rete verde di ricomposizione paesaggistica avrebbero compresso eccessivamente la sfera decisionale a questa riservata in materia di pianificazione urbanistica, violando in questo modo gli artt. 5, 117 e 118 Cost. e che le modifiche introdotte con le quali sono state aumentate le aree classificate come AAS – e quelle inserite nella rete verde di ricomposizione paesaggistica – avrebbero ulteriormente compresso la sua sfera di autonomia. Al riguardo, il Tar ha rilevato che con il proprio PTCP la Provincia di Monza e Brianza non ha arbitrariamente compresso il potere di pianificazione urbanistica spettante al Comune di Cornate d’Adda.
L’individuazione delle AAS e delle aree da inserire nella rete verde di ricomposizione paesaggistica costituisce scelta che involge interessi di carattere sovracomunale, ambientali e paesaggistici, la cui tutela è stata affidata dalla l.r. n. 12/2005 − in ossequio ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, sanciti dall’art. 118, comma primo, della Costituzione – alla Regione e alle Province. Questi interessi sono dunque presi in considerazione dagli strumenti di pianificazione territoriale approvati da questi enti (PTR e PTCP) e si sovrappongono agli interessi di carattere urbanistico la cui tutela è principalmente affidata ai Comuni.
Secondo il Tar è pertanto del tutto fisiologico che i poteri in materia urbanistica attribuiti ai Comuni, trovino limite nelle prescrizioni dettate dagli atti di pianificazione emessi dagli enti infraregionali a tutela dei primari valori dell’ambiente e del paesaggio, così come, se ne ricorrono i presupposti, ampie porzioni del territorio di un comune siano prese in considerazione dalle suddette prescrizioni.
In conclusione, il Tar ha obliterato la decisione della Provincia di Monza e Brianza di inserire una grossa fetta del territorio del Comune di Cornate d’Adda nelle AAS e nella rete verde di ricomposizione paesaggistica, che non costituisce di per sé atto di arbitraria compressione dei poteri e delle funzioni costituzionalmente attribuite al Comune stesso, il quale potrà comunque esercitare la propria potestà pianificatoria assecondando le direttive e le prescrizioni dettate dal PTCP a tutela dei suindicati valori, ma rappresenta una tutela adeguata e necessaria del territorio agricolo e del patrimonio ambientale già ampiamente compromesso.

Chiara Benamati
avvocato, è specializzata in diritto dell’ambiente e si occupa di diritto penale e amministrativo

 

CROCUS RIDOTTA.jpg_200632912312_CROCUS RIDOTTA (1)Chi non conosce il “risotto giallo” o risotto alla milanese, colorato e aromatizzato da quella preziosa spezia che è lo zafferano? Il suo profumo evoca atmosfere esotiche: è delicato e intenso al tempo stesso, coinvolgente e stuzzicante, al contrario della curcuma, anch’essa gialla, che però è forte, penetrante, insistente su una sola nota molto acuta. Lo zafferano proviene dall’Asia Minore, dove già i Babilonesi lo impiegavano come insaporitore e medicamento. È arrivato in Italia al tempo dell’Inquisizione (XVII sec.), dove si è ben ambientato a partire dalla piana di Navelli, in Abruzzo: era infatti originario di queste terre il padre domenicano che lo trafugò dalla Spagna, che ne deteneva il monopolio colturale e commerciale. Per dare un’idea del valore in quei tempi lontani, con mezzo chilo di questa spezia si poteva acquistare un cavallo di ottima razza, come dire una Rolls Royce dell’epoca!

Come si usa in cucina: è il principe di alcuni piatti tipici, come la bouillabaisse francese, la zarzuela e la paella spagnole, il riso pilaf indiano, il cous-cous arabo, la pasta con le sarde siciliana, i brodetti marchigiani e il risotto alla milanese. Si può aggiungere a semolino e gnocchi, alla salsa di pomodoro, alle carni di pollo e coniglio, al pesce come tonno, rombo e pescespada, alle uova, ai formaggi, e alle verdure (ceci, cavolfiore, patate, cardi, melanzane e asparagi). Si difende bene abbinato ai dolci, quali crêpe e meringhe, ma soprattutto le ciambelle e il saffron cake della Cornovaglia. Infine, fornisce il tipico colore alla Chartreuse.

fiori-di-zafferanoValore nutrizionale: è ricco di potassio, ferro, magnesio, manganese e selenio, nonché di vitamina A, gruppo B e C. Contiene carotenoidi come il licopene, la zeaxantina e la crocina che conferisce il colore giallo acceso; il tipico profumo si deve invece alla presenza del safranale. Facilita la digestione grazie al cocktail di aromi naturali amaricanti, protegge contro i danni indotti dai radicali liberi e svolge un effetto benefico sul tono dell’umore in caso di malessere o di lieve depressione. Se ne sconsiglia l’uso, anche in modica quantità, in gravidanza.

Altri usi: nell’antichità era considerato una panacea ed era impiegato nelle più svariate situazioni, come mestruazioni dolorose, mal di schiena, difficoltà digestive, asma, tosse, depressione ed eccitazione nervosa. Senza contare la nomea di afrodisiaco per gli uomini; mentre le donne si avvalevano della sua spiccata capacità di attivare la motilità uterina, impiegandolo ad alte dosi per scongiurare una gravidanza indesiderata. Fino all’inizio del secolo scorso, era immancabile negli studi dentistici, dove veniva impiegato come analgesico e sedativo in caso di problemi alle gengive e ai denti; era anche utilizzato per frizionare le gengive dei bambini nel periodo della dentizione.

Il Gelso (Morus sp.) – Riscopriamo il gelso, albero da frutto e ombreggiante

Patrimonio boschivo dell'Astigiano e specie arboree ed arbustive di pregio in ambito locale. Gelso (Morus alba).Il gelso, albero rustico e generoso, è presente in quasi tutta Italia. I suoi frutti maturano, a seconda delle specie (nero – Morus nigra o bianco – Morus alba) e varietà, da giugno a settembre, ma la pianta deve essere posizionata in pieno sole. L’albero adulto è anche piuttosto resistente alla siccità e ai freddi invernali.

I gelsi sono stati importanti in antichità dall’Oriente allo scopo di allevare il baco da seta. Più precisamente il gelso nero fu importato per primo dalla Persia (l’attuale Iran), ma essendo meno adatto all’alimentazione dei bachi, fu poi sostituito dal gelso bianco, importato dalla Cina nel Medioevo.

Oggi il gelso sopravvive nelle campagne come cimelio di un tempo, purtroppo raramente apprezzato o sfruttato a pieno per le sue reali possibilità come fruttifero. La deperibilità dei frutti non ha consentito ai gelsi di raggiungere la popolarità che meriterebbero e, in mancanza di un forte interesse commerciale, anche la selezione di varietà più interessanti da frutto è stata limitata, almeno in Italia.

Caratteristiche botaniche

Morus_nigra_fogliejpgIl gelso è un albero di dimensioni medie (10-20metri di altezza e diametro del tronco fino oltre un metro). La corteccia del fusto è color avana, con toni più o meno rossi, o grigiastra, dapprima liscia poi fessurata negli individui adulti. Lasciato libero di crescere, produce una chioma di forma rotondeggiante espansa e densa (maggiormente nel gelso nero), ma può essere potato per fargli assumere qualsiasi forma e dimensione, essendo molto tollerante ai tagli.

Alla schiusura dei germogli, nella tarda primavera, compaiono le foglie di color verde chiaro. Queste sono alternate lungo il ramo, generalmente cordate (rotonde ma appuntite), e a volte lobate. Anche le dimensioni delle foglie sono molto variabili, sia in base alla piante che al tipo di ramo (rami vigorosi come polloni e succhioni hanno foglie molto grandi). Mediamente le foglie sono lunghe 10-15cm.

Poco dopo il germoglia mento (più tardivo nel gelso nero) compaiono i fiori, poco appariscenti, portati in piccole infiorescenze maschili o femminili separate, ma presenti sulla stessa pianta (si tratta di una specie monoica). Il gelso p generalmente autofertile, quindi anche una singola pianta isolata produce frutti.

Morus nigra fruttiE’ dalle infiorescenze femminile che si sviluppa, da giugno a settembre, la tipica ‘mora del gelso’, che è un frutto composto; ogni singolo fiorellino porta a maturazione il suo frutticino (tanti frutticini compongono la ‘mora’). Il colore delle ‘more’ mature va dal bianco al rosato, al rosso, fino anche al nero, nel gelso bianco; dal rosso scuro al nero, nel gelso nero. Le dimensioni dei frutti sono di 2-3cm di lunghezza e 1-2cm di larghezza.

Esigenze pedoclimatiche

Il gelso cresce bene fino a 500m di altitudine, solo occasionalmente lo si può trovare oltre i 1000m. L’albero adulto è piuttosto resistente alla siccità, anche se la mancanza di acqua durante la maturazione dei frutti può compromettere la qualità e la quantità degli stessi. Ha inoltre bisogni di sole per fruttificare bene. In media resiste bene anche ai freddi invernali, ma la tolleranza dipende moltissimo dalle varietà. Anche dal punto di vista del terreno è molto tollerante, in quanto si adatta a suoli magri; per ottenere frutti grandi e succosi è però necessario terreno fertile e umido. Generalmente non occorrono concimazioni in terreni di media o buona fertilità.

Può essere soggetto a malattie fungine come il cancro dei rami o a parassiti come la cocciniglia, ma generalmente ne soffre molto raramente in modo preoccupante, tanto che non richiede in genere alcun trattamento antiparassitario.

Utilizzi – Una pianta da valorizzare nel giardino-frutteto

Patrimonio boschivo dell'Astigiano e specie arboree ed arbustive di pregio in ambito locale. Gelso (Morus alba).Il gelso è un albero rustico che produce frutti gradevoli che maturano da giugno a settembre. Questa pianta ha valore anche per l’ombra che crea, in quanto germoglia tardivamente e non ne fa fino a tarda primavera,  quando il sole e le temperature sono ancora gradevoli. In autunno poi le foglie cadono precocemente, al primo vero freddo, lasciando penetrare il benefico sole di questa stagione. Un’accortezza nel suo utilizzo è quella di non  mettere a dimora il gelso vicino a marciapiedi e superfici pavimentate, per evitare che i frutti caduti possano sporcarli, inevitabilmente attaccandosi alla suola delle scarpe.

Se avete un pollaio o un recinto di animali è un ottimo albero da ombra in quanto, oltre a ripararli e rinfrescarli d’estate, alimenta gli avicoli che consumano i suoi frutti caduti molto zuccherini ed energetici. Gli stessi frutti sono molto graditi anche dagli uccelli selvatici.

E’ una pianta che ci regala un verde simpatico, una pianta allegra che d’estate si vivacizza grazie al colore dei frutti; la sua densa chioma solleticata dal vento primaverile dona una piacevole sensazione di benessere e relax e per di più i suoi frutti sono buoni e gustosi … c

nuova_alluvioniNei giorni scorsi abbiamo assistito a un’epica battaglia: il Paesaggio con le sue milizie mercenarie fatto di case, strade e ponti, ha combattuto strenuamente contro la Natura e i suoi soldati, la pioggia, l’acqua e il fango, ed è stato vinto: si lascia alle spalle uno scenario di sgomenta devastazione, morti, sfollati e case distrutte.

“Cleopatra” ha inferto i suoi colpi in modo decisivo amputando qua e là vie di comunicazione, cancellando recinzioni, ingoiando argini, erodendo colline ormai depauperate del loro aspetto tradizionale: ha fatto tabula rasa di quel paesaggio che ormai non riconosceva più come alleato.
frana_allarmeLa tragedia sarda che si è consumata a opera della natura e dell’uomo è un evento che intrinsecamente percepiamo nel nostro animo non solo come puro fatto emozionale ma anche come retaggio culturale: è ciò che i romantici chiamavano “sublime”. Il “sublime” non si manifesta in un paesaggio di eccezionale bellezza o in un elemento di singolare pregio ma è qualcosa di più: è stupore di fronte alla natura, è sgomento dinnanzi alla sua potenza e alla sua perfezione. Lo troviamo anche sotto forma di “sublime dinamico” nelle opere di Turner come “Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi” del 1812 e “Tempesta di neve, battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth” del 1842, che rievocano, da una parte, eventi naturali di eccezionale potenza e devastazione e, dall’altra, il tema della fragilità dell’uomo travolta dal vortice delle forze della natura.

alluvioniMa orrore, morte e devastazione, come quelli accaduti in Sardegna, da cosa sono stati scatenati? Dalla natura, è certo, che si è manifestata con violenza inaspettata, ma anche dall’uomo che non ha seguito quell’imperativo categorico che alberga nel suo animo e che egli stesso ha formulato.
“[…] La città va in là? E questa è zona agricola! E quanto la puoi pagare oggi… trecento, cinquecento, mille lire a metroquadrato? Ma domani, questa terra, questo stesso metroquadrato, ne può valere sessanta… settantamila…e pure di più! […] Sì!…Investi i tuoi soldi in una fabbrica: sindacati, rivendicazioni, scioperi, cassa malattia! …Ti fanno venire l’infarto co’ sti’ cose! E invece, niente affanni e niente preoccupazioni. Tutto guadagno e nessun rischio. Noi dobbiamo fare solo in modo che il Comune porti qua le strade, le fogne, l’acqua, il gas, la luce e il telefono” (F. Rosi, Le mani sulla città, 1963).

frana_allarmeÈ ormai certo che quella che chiamiamo “legge morale” non dovrebbe essere unicamente in seno alle amministrazioni pubbliche che in anni più o meno recenti hanno permesso ciò che era inammissibile, vale a dire condoni e abusivismo edilizio, o in capo a cittadini noncuranti; se non si ha l’“amor patrio” bisognerebbe avere almeno quell’“amor proprio” che permetta di rispettare quegli argini invalicabili: è ormai evidente che costruire abusivamente non costituisce esclusivamente una questione di legalità e liceità, ma di salvaguardia della vita stessa.
Evitare di costruire nell’alveo dei torrenti o dove prima c’erano orti irrigati da un reticolo di canali, conservare il paesaggio agrario a garanzia e salvaguardia del suolo e plasmare ogni manufatto accordandolo con la natura e il paesaggio sono gli odierni imperativi categorici: perché il paesaggio estirpa come un corpo estraneo – a vantaggio della natura – tutto ciò che non è congruo rispetto a un disegno più armonico.

Sono forse maturi i tempi per stringere un patto etico tra professionisti e pubbliche amministrazioni affinché le indicazioni degli strumenti di governo del territorio non rimangano meri segni sulla carta !!!

 – Tratto da Intersezioni

Alle pendici della Valle della Mosella in Germania, la famiglia Longen si occupa da molte generazione del vitigno di famiglia. L’azienda vinicola si estende su territorio di 6500 mq e, oltre ad alcune produzioni di alberi da frutta, produce il vino tipico della zona: un vino bianco e secco, dal sapore delicato.  All’interno dell’area del vigneto, lo studio dell’architetto italiano Matteo Thun ha progettato un’ “architettura botanica”: la struttura ricettiva si fonde armonicamente con il paesaggio, mescolandosi al frutteto senza essere particolarmente invasivo.

IL PROGETTO DI ARCHITETTURA BOTANICA

La famiglia Longen per la sua azienda vinicola desiderava una struttura che si integrasse con la parte produttiva pre-esistente. L’architetto Matteo Thun, rispettando completamente questa linea progettuale, ha realizzato, in collaborazione con l’architetto Stein Hemmes-Wirtz e il paesaggista Johannes Cox, una specie di piccolo villaggio sostenibile all’interno del frutteto,costituito da venti abitazioni.

azienda-vinicola-matteo-thun-bGli alberi da frutta, quali limoni, noci, tigli e castagni, circondano il complesso offrendo quiete e una maggiore interazione con l’ambiente naturale. Gli ospiti alloggiano in piccole costruzioni in pietra locale tradizione ripresa dalle originarie cantine vinicole. Le abitazioni sono appunto in ardesia e non sono più grandi di 20 mq; il design è semplice e lineare, facendo prevalere la purezza delle forme.

Gli interni sono prevalentemente in legno dipinto di bianco, accompagnati da tessuti tradizionali e materiali naturali. Ogni abitazione è dotata di terrazzo in legno e giardino privato. Il pavimento in legno all’interno è lo stesso di quello delle terrazze esterne, creando uno spazio fluido e continuo, separato da una chiusura in vetro molto ampia.

azienda-vinicola-matteo-thun-cOgni giardino è delimitato da una siepe di lamponi ed è pensato per soddisfare le diverse esigenze degli ospiti: ogni spazio verde è strutturato per essere coltivato in diversi modi, cambiando caratteristiche e tipologia. Le opzioni disponibili sono il “jardin potager”, dove si piantano le erbe da cucina, ma anche giardini ombreggiati, all’inglese, con un roseto o con alberi da frutta.
La natura diventa parte integrante del progetto, sotto forma di orto, partizione e molto altro ancora.

L’intero progetto per l’azienda tedesca mette in pratica criteri per una progettazione ecosostenibile, recuperando il Genius Loci, lo spirito del luogo, dell’antica Roma, e creando una sinergia tra l’intervento antropico e la natura.

Matteo Thun ha rispettato la regola dei “3 zero”. Zero chilometri nella scelta dell’uso di materiali da costruzione locali. Zero CO2 nell’applicazione di tecniche costruttive a minore emissione possibile ed edifici che abbiamo emissioni tendenti allo zero. Zero rifiuti, in ultimo, prevedendo un’ottimizzazione del bilancio dei rifiuti e considerando l’intero ciclo di vita dei materiali.

Il progetto è stato insignito del premio “Architekturpreis Wein 2013″, assegnato dal Ministero per l’ambiente, l’agricoltura, l’alimentazione, la viticoltura e forestale del Land Renania-Palatinato, insieme all’Associazione Viticoltori Tedeschi e alla Camera degli Architetti dello stesso Land.

L’albero che saluta la primavera fiorendo anche su tronco e rami vecchi

cercis siliquastrum vialeSi tratta di una specie ornamentale ancora poco coltivata nei nostri giardini, ma che merita sicuramente un posto di primo piano per la precoce e insolita fioritura. E’ ideale per gli spazi verdi a bassa manutenzione perché è molto rustico e non richiede alcuna cura.

L’Albero di Giuda o anche detto siliquastro, è un piccolo albero o arbusto deciduo originario dell’Asia Minore e dell’Europa meridionale, appartenente alla famiglia delle Fabaceae (leguminose). Molto rustico, viene utilizzato grazie alla sua splendida e precoce fioritura come pianta ornamentale  per ornare giardini e parchi, specialmente come pianta isolata ed è indicato anche per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all’atmosfera di città, anche se con l’età il fusto tende a non rimanere dritto e ciò potrebbe creare problemi in ambiente cittadino.

Caratteristiche botaniche

albero-di-giuda-fioriSi mostra come un albero caducifoglio dalle medie dimensioni: raggiunge i 10 m di altezza; possiede una ricca ramificazione che gli conferisce un’eccezionale bellezza, una chioma arrotondata, e una corteccia dalle tonalità grigie nerastre. Le foglie sono lucide, di colore rossastro inizialmente e poi sempre più tendente al verde intenso, sono glauche sulla parte inferiore; assumono una forma rotonda e reniforme, larghe fino a 10 cm circa. L’Albero di Giuda, verso i sei anni di età, produce fiori vistosi molto apprezzati per la loro forma e bellezza, di un allegro colore rosa o lilla; sono riuniti in racemi e sbocciano prima della nascita delle foglie, ovvero nel mese di marzo o in quello di aprile, sui rami più vecchi. Una loro peculiarità  sta nel fatto che nascono direttamente dalla corteccia dei rami e del tronco. Il tronco è spesso tortuoso e di colore scuro, con screpolature brune, i rami presentano una corteccia rossastra. I frutti sono simili a legumi penduli e di colore scuro, molto numerosi che rimangono sulla pianta fino alla primavera successiva.

Esigenze pedoclimatiche

Gradisce un’esposizione in pieno sole, possibilmente protetta dai venti; si sviluppa prevalentemente in pianura, preferendo i climi miti/temperati a quelli rigidi. In età avanzata può raggiungere anche gli 8-10 m di altezza, anche se solitamente le sue dimensioni sono più contenute: tra i quattro e i cinque metri. Non ha particolari pretese in fatto di terreno, a patto che questo sia umido, e se possibile lievemente calcareo o sassoso, si adatta comunque bene a qualsiasi terreno da giardino. Naturalmente, è importante che il substrato sia ben drenato, così da evitare l’insorgenza di fastidiosi ristagni di acqua, molto pericolosi per questo genere di pianta.

Utilizzi

Cercis siliquastrum piantaE’ un piccolo albero molto ornamentale che aggiunge pregio ad un giardino innanzitutto per la sua fioritura copiosa che appare quando ancora tutto attorno è ancora quasi completamente spoglio, sui rami nudi e scuri, contrastando magnificamente il colore dei fiori. Da utilizzare in parchi e giardini come esemplare isolato o, in presenza di grossi spazi, a macchie. L’altro aspetto di pregio è il portamento della pianta: la chioma è vaporosa, leggera, delicata a vedersi, con le foglie cuoriformi, di color verde chiaro che, soprattutto dopo la fioritura, a primavera inoltrata, restituiscono una sensazione di grande leggerezza e “freschezza”.

Non necessita di cure particolari tantomeno di potature se non di qualche ritocco della forma. E’ un bell’albero anche per le dimensioni che raggiunge e che consentono di inserirlo anche in piccoli giardini.

Avversità

Essendo una pianta molto rustica non soffre di particolari malattie; le foglie spesso vengono attaccate dagli afidi.

Curiosità

Il nome della pianta, Albero di Giuda, deriva dalla tradizione che vuole che Giuda si sia impiccato proprio ad un Cercis siliquastrum; il nome botanico deriva dal greco cercis, che significa ago o spola, in riferimento alla forma dei frutti.

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Pianta esotica dalla delicata fioritura che può crescere anche al Nord

acacia-dealbata-flowersI fiori delicatamente profumati di questa pianta di origine australiana sono tra i primi a preannunciare l’arrivo della primavera. La mimosa, però, teme il gelo e per questo predilige località miti. Può crescere tuttavia anche al Nord, purché in una posizione riparata.

Chi di noi non ha mai donato alla mamma o alla fidanzata un mazzetto di mimose in occasione dell’8 marzo, festa della Donna? La mimosa, infatti, da oltre sessant’anni simboleggia questa importantissima data, dedicata ai diritti della donna in tutto il mondo.

La mimosa non è altro che un’acacia (appartiene alla famiglia delle Leguminose, la stessa di altre piante ornamentali da giardino come il glicine) di origine australiana, portata in Europa attorno al 1800 per la bellezza dei suoi fiorellini gialli simili a piccoli pon-pon. Essendo originaria di luoghi caldo-temperati, questa pianta si è naturalizzata un po’ in tutti gli ambienti mediterranei della nostra penisola, dalla Sicilia alle falde delle Alpi Marittime, in Liguria, dove non c’è giardino o cortile nei quali la mimosa, già a gennaio, non sfoggi la sua precoce fioritura. Questa pianta, però, si adatta a vivere anche al Nord, in luoghi protetti dai venti freddi e dalle forti gelate.

Caratteristiche botaniche

Esistono molte specie di mimosa, differenti per portamento e dimensioni. La mimosa infatti può presentarsi come albero o grande cespuglio sempreverde dalla chioma leggera, più o meno globosa, con eleganti foglie composte o semplici di colore verde chiaro, verde scuro o verde grigio.

Acacia dealbataI fiori, che compaiono a seconda del luogo di coltivazione da gennaio-febbraio a inizio primavera, sono riuniti in infiorescenze lunghe 8-10cm (nell’Acacia dealbata, la più conosciuta, possono raggiungere anche i 20cm). Il singolo fiore, che ha la forma di un pon-pon del diametro di 5-10mm, è di colore giallo (più o meno intenso, a volte può essere anche bianco), profumato oppure privo di fragranza. La fioritura si protrae in media per 2-3 settimane ed è talmente spettacolare da non passare inosservata, anche perché in giardino sono pochissime le fioriture così precoci nei primi mesi dell’anno. Poco prima che i singoli fiori si schiudano completamente, si possono tagliare alcuni rami della lunghezza di circa 30-50cm, utilizzabili come fiori recisi per ornare la casa.

Coltivazione

Come detto la mimosa predilige località miti durante l’inverno. Un limite alla coltivazione di questa  pianta è dato dal clima, data la sua scarsa tolleranza al gelo. Nella nostra penisola, pertanto, può vivere all’aperto soltanto nelle zone dove cresce l’olivo, quindi dove le temperature non scendono durante l’inverno sotto i 2-3 ° C per periodi molto prolungati, anche se esemplari adulti possono sopportare, per alcuni giorni, qualche grado sotto lo zero.

Vuole posizioni di pieno sole, al riparo dai venti freddi, non caratterizzate da nevicate, responsabili di rovinose rotture dei rami.

In fatto di terreno la mimosa predilige suoli fertili e profondi, senza ristagni d’acqua, a reazione da neutra a leggermente acida (ph da 7 a 6); non tollera i terreni calcarei, responsabili di uno sviluppo stentato.

Resiste moderatamente alla siccità, ma va irrigata costantemente nei primi anni di vita, soprattutto nella stagione calda; solo in caso di prolungata siccità, sia estiva che autunno-invernale, anche una pianta adulta va irrigata.

Per quanto riguarda la concimazione, sino ai primi 7-8 anni di vita la mimosa va sostenuta con periodiche concimazioni: in primavera (marzo-aprile), quando sviluppa la nuova vegetazione e in estate (luglio-agosto), periodo in cui si formano le gemme a fiore. Provvedete pertanto a interrare alla base della pianta letame ben maturo o in pellet, alla dose di circa 5-6 kg per pianta.

La mimosa presenta un esuberante sviluppo vegetativo, che va contenuto sin dai primi anni di crescita al fine di conferire alla chioma una forma regolare, in quanto i rami che crescono eccessivamente danno alla pianta un aspetto disordinato. Pertanto, subito dopo la fioritura e prima dell’emissione della nuova vegetazione, occorre accorciare tutti i rami di circa un terzo della lunghezza; questo intervento favorisce anche l’emissione di nuovi germogli. Sempre dopo la fioritura vanno eliminati eventuali rami che si sono spezzati durante l’inverno.

Utilizzi e curiosità

acacia delabata treesLa mimosa è una pianta di media grandezza interessante sia per il fogliame leggero e vaporoso sia per la fioritura copiosa, profumata  e particolarmente d’effetto. E’ un’essenza sempreverde e quindi mantiene struttura al giardino. Interessante tutto l’anno.

Può essere utilizzata in diversi modi: sul terrazzo, come esemplare isolato, nel giardino mediterraneo, in vaso o piena terra.

Nel campo della medicina, la mimosa è indicata nelle diete, perché riduce il senso di fame e diminuisce l’assorbimento dei grassi. Un decotto di mimosa potrebbe essere utile contro diarrea, nausea e malattie veneree. Gli aborigeni dell’Australia usano la corteccia di questa pianta per curare alcune malattie.

Circa 600 professionisti provenienti da 37 paesi di tutti i continenti hanno affollato le sale congressuali dell’Expo di Singapore in occasione del convegno internazionale GreenUrbanScape Asia2013 per ammirare i progetti di famosi architetti mondiali e per conoscere le tendenze dell’architettura contemporanea.

Density and greenery

Il filo conduttore è stata la moderna progettazione urbana, figlia di un nuovo concetto di città che risponde alla crescente urbanizzazione e ai ridotti spazi lasciati al verde. La “città salutare” teorizzata dall’architetto statunitense Kathryn Gustafson ha le sue basi negli spazi verdi interurbani, siano essi verticali o orizzontali: questi contribuiscono all’equilibrio ecologico della città, fungendo da collegamento tra i diversi ambienti abitati e vissuti, le persone e gli ecosistemi.

Nel progettare queste aree, secondo Gustafson, occorre soprattutto tenere in considerazione sia la cultura e le esigenze della popolazione del luogo, sia la creazione di uno spazio che si adatti con la sua versatilità alle esigenze presenti e future.

I giardini e i parchi delle città contemporanee sono la base della moderna città sostenibile, che permette a tutti i cittadini di avere un contatto con la natura anche vicino alla propria abitazione, contatto che altrimenti rischia di essere sconosciuto dalle nuove generazioni a causa della crescente urbanizzazione.

Sempre secondo l’architetto statunitense, il genius loci di un nuovo progetto ha le sue basi in tre punti fondamentali dell’esistenza: il luogo, la cultura e l’ambiente.

01Il verde del futuro dovrà quindi raccogliere una sfida: non solo essere progettato perfettamente da un punto di vista tecnico, ma anche assomigliare e sentirsi parte del luogo che va a occupare.

Stimoli progettuali molto forti suscita la “città visionaria” approcciata dall’architetto di Singapore Wong Mun Summche; appartenente ad un futuro più remoto che prossimo, la città di Wong Mun Summche offre comunque spunti interessanti soprattutto per un contesto molto dinamico come quello asiatico: l’ipotesi di far vivere 5 milioni di persone in soli 45 kmq sembra uscita dalla fantascienza, con simulazioni progettuali di grattacieli interconnessi tra loro da corridoi verdi e giardini, interi lati di edifici coperti da piante, aree a bosco in quota, il tutto con uno sviluppo verticale impressionante.

Nell’ambito del convegno sono stati previsti dei “tour tecnici” per la città. Singapore è una città dentro un giardino con la forte presenza di verde pensile che accompagna ogni costruzione: il Politecnico di Singapore, i cui cortili tra un edificio e l’altro sono ricoperti di verde verticale, presenta una sorprendente natura e biodiversità tra le aule dei futuri ingegneri. Le pareti della scuola superiore poco distante sono un unico scenografico muro verde di oltre 5000 mq.

02L’ospedale Alexandra, sul cui tetto è stato progettato un giardino e un orto curato in parte da volontari, offre molto spazio al verde: oltre che sul tetto, si trovano piante e arbusti in ogni balcone, cortile e corridoio della struttura: si verifica così che l’ospedale ospita nel suo parco non solo pazienti e parenti, ma anche gli abitanti del quartiere che vengono a rilassarsi nel verde del complesso.

Valgono da soli il biglietto aereo per la città il giardino botanico di Singapore – unico per ricchezza di aree tematiche e rigogliosità della vegetazione presente – e il nuovissimo Garden by the Bay: quest’ultimo, non ancora ultimato in tutte le sue parti, sta diventando il simbolo della città: i Supertree, costruzioni che stilizzano degli alberi e su cui stanno crescendo rampicanti e verde pensile, rappresentano il cuore di un parco che ricorda il mondo delle fiabe.

03Per quanto riguarda il verde verticale, i costi e gli aspetti manutentivi possono certamente rappresentare un punto critico. Tuttavia, alcune realizzazioni potrebbero essere possibili ove ci sono città in costruzione, con una progettualità che include fin dall’inizio il verde verticale come elemento caratterizzante.
Nonostante alcune proposte possano apparire quasi artificiose, è indubbia la grande attenzione che la città riserva alla progettazione paesaggistica.

Un dato su tutti rende quest’idea: 333 kmq di verde su una superficie totale di 710 kmq: davvero una città in un giardino!

Per tutti gli approfondimenti visitate il sito: http://greenurbanscapeasia.com/

tratto da “Intersezioni” – Cecila Zanzi

Gennaio, con il suo carico di grigio e freddo, è spesso caratterizzato dall’immagine degli alberi spogli.

Ma non è sempre così.

Sorbus-2Nelle zone dove cresce il Sorbo degli uccellatori, le bacche rosso vivo di questo albero portano liete note di colore. Questi frutti sono molto graditi agli uccelli e da questo deriva il nome della pianta.

Appartenente alla famiglia delle Rosacee è un albero di medie dimensioni originario dell’Europa settentrionale e diffuso nel nostro paese spontaneamente. Il genere Sorbus presenta fiori bianchi in gruppi e bacche a mazzi con tonalità vivaci, dal rosso, all’arancione, al giallo e al marrone, ognuna delle quali contiene più semi. La vivacità dei suoi colori è uno dei tratti di bellezza che maggiormente lo distingue, insieme ai suggestivi disegni creati dalle foglie, specialmente nella stagione autunnale.

Dal punto di vista ornamentale, il Sorbo è un albero assai elegante, quasi sobrio nell’aspetto.

Sorbus-aucuparia-fruitLe sue caratteristiche lo rendono apprezzabile sia durante la stagione autunnale, momento in cui le sue foglie ci deliziano con i loro colori, sia durante l’inverno, periodo in cui sulle chiome defogliate si trovano un numero elevato di piccoli pomi di colore rosso acceso, sia nella stagione primaverile, quando è nel pieno della sua fioritura.

Caratteristiche botaniche

Il Sorbus aucuparia può arrivare a 8 o 9 metri di altezza e presenta una chioma che con il suo abbraccio può allargarsi fino a 5 metri di diametro. Questa, nella pianta adulta, è leggera e presenta una forma ad ombrello. La sua corteccia ha colore grigio tendente all’argento e con il passare degli anni presenta sempre maggiori fessure.

Sorbus-aucuparia-fioriIl Sorbo degli uccellatori ha una foglia composta da 4 fino a 9 paia di piccole foglioline, con una terminale a forma ovale. Ciascuna di queste ha margine dentellato che conferisce all’insieme del fogliame una suggestiva apparenza “piumata”. L’albero fiorisce nel mese di maggio. I fiori sono bianchi e raccolti in piccoli gruppi. Solitamente a luglio, invece, il sorbo vanta una notevole presenza di bacche che resistono fino al termine dell’autunno/inverno e sono particolarmente apprezzate dagli uccelli. Le bacche, sono piccole e hanno forma di un pomo globoso giallo che tende in seguito ad un rosso acceso.

Coltivazione

Il Sorbo è una pianta rustica e molto ‘tollerante’. L’esposizione migliore è quella in pieno sole.

Nonostante preferisca crescere sui pendii dei rilievi alpini fino anche a 1500 metri d’altitudine, lo si può trovare con facilità all’interno dei giardini urbani tollerando di buon grado anche l’afa estiva.

Sorbus-aucupariaHa resistenza inoltre per l’inquinamento cittadino e per i venti salsi. La tolleranza del sorbo si estende anche al terreno della sua crescita. L’albero non ha infatti eccessive esigenze, grazie alla sua rusticità. La sua preferenza è comunque accordata a terreni sciolti e di medio impasto, non molto umidi. Consigliabile è piantare i sorbi in terreni freschi e con buona pendenza.

Per quel che concerne i parassiti, il sorbo teme, come altri alberi della famiglia delle Rosacee, soprattutto i funghi parassiti del genere Nectria. Questi recano danni anche letali all’albero, con cancro ai rami e ai fusti e seccumi estesi in tutta la pianta.

Consigli di utilizzo

sorbus_aucuparia_alberaturaIl Sorbo degli uccellatori, grazie alle sue caratteristiche che lo rendono un piccolo alberello interessante tutto l’anno per scopi ornamentali, può essere utilizzato in giardini e parchi urbani sia in piccoli gruppi sia come esemplare isolato, a seconda di scopi e necessità della realizzazione. Ricordiamo che il Sorbo, per lo più in località montane, ma non solo, è sovente utilizzato per abbellire aree verdi cittadine. La sua forte resistenza nei confronti dell’inquinamento atmosferico gli consente di essere spesso impiegato per alberature ma anche per spazi verdi limitrofi alle zone industriali. Nelle località montane, invece, è assai utilizzato allo scopo di donare vivacità e allegria per le vie o le piazze ed è spesso associato, a tal fine, al Maggiociondolo o ad altre specie montane come il Pinus sylvestris e i Larici (Larix decidua).

… concludiamo con qualche Curiosità

Un particolare curioso che riguarda il Sorbo è la sua relazione stretta, in tempi antichi, con la magia, specialmente nei paesi nordici. Ad esempio il nome dell’albero in lingua norvegese “ron” è anche la radice del termine “rune”, dal momento che l’antichissimo alfabeto runico veniva scolpito sul legno di quest’albero.

In Scozia, invece, i Sorbi erano abitualmente piantati intorno ai vari campi coltivati perché la credenza era che quest’albero tenesse lontano il male. Così, ancora oggi, per trovare in suolo scozzese antiche tenute agricole andate in rovina o scomparse si cercano i sorbi sopravvissuti e non lontano da quelli è assai probabile reperire resti di vecchi insediamenti.

Progettazione del giardino di una villetta situata in un piacevole quartiere residenziale di Nova Milanese. La committenza era una giovane coppia con due bambini, perciò desiderava avere una grande aerea a prato per poter giocare con i bimbi senza però privarsi dei profumi e dei colori di qualche bella aiuola fiorita. Inoltre desiderava un mascheramento sui confini per godere di un po’ di intimità all’interno della proprietà. Il giardino doveva essere pratico e semplice, con bassi oneri manutentivi. Continue Reading

Betulle: le piante che arrivano dai ghiacci del Nord

BetulaE’ risaputo che lo studio etimologico dei nomi di località (toponomastica) può fornire convincenti spiegazioni riguardo alle caratteristiche naturali e ambientali correlate al loro territorio. Così, è stato più volte accertato che il nome di una città o di un villaggio venne coniato, nel più lontano passato, sulla base delle caratteristiche vegetazionali di quell’area.

Nell’alto Varesotto, per esempio, esistono numerosi toponimi che si collegano alla presenza di betulle. Tale è il caso di Bedero Valtravaglia, ma anche di Brezzo, Bedea, Biviglione e così via: tutti nomi geografici originatisi da un antico ‘bedar’, a sua volta nato dal latino classico betula. Sui monti che contornano queste località, ancora oggi si ammirano alcuni boschi “puri” di betulle, nei quali cioè non si sono inserite altre specie arboree, con il risultato che si sono creati scenari che, nel loro piccolo, possono ricordare gli sconfinati betulleti scandinavi. La storia della betulla oggi vivente in Italia nasce proprio nell’Europa settentrionale, da dove questa pianta si mosse verso sud, per sfuggire alle insopportabili glaciazioni del Quaternario, tentando però di ritornare a nord o almeno a quote più elevate durante le fasi interglaciali. Ciò spiega perché nel nostro Paese questa specie vive, in natura, dalle Alpi sino alle Marche, di norma prediligendo la compagnia di altre piante, come gli abeti o, in brughiera, di castagni, querce e soprattutto pini silvestri. Nei parchi e nei giardini, inoltre, le betulle sono tuttora molto apprezzate – ancorché spesso maltrattate – tanto che a rinforzo della specie più comune e più nota (Betula pendula) sono state utilizzate diverse altre sue compagne, in ogni caso provenienti dall’emisfero nord e dalle zone artiche o temperate.

Caratteristiche botaniche

BetullaIl genere Betula comprende una sessantina di specie, in pratica tutte arboree, fatta eccezione quindi per pochissimi arbusti endemici o di nicchia. Le piante maggiormente utilizzate per fini ornamentali sono quasi tutte dotate di fusti ricoperti da sottili strati di corteccia, il cui colore varia secondo la specie, che con l’età si arriccia oppure si sfalda in strisce orizzontali ed anulari assai simili a papiri o a fogli di carta. Le foglie sono alterne sul rametto e hanno una forma spesso ovata, ma anche romboidale o triangolare, mentre il margine si presenta dentellato o seghettato, foglie hanno bel colore verde pastello ed allegre tinte autunnali color oro. I fiori non sono ermafroditi, ma maschili e femminili separati sulla stessa pianta, aggregati in amenti penduli od eretti. Le betulle sono alberi decidui appartenenti alla famiglia delle Betulaceae, parenti stretti degli Alnus (Ontani). Raggiungono un’altezza massima di 25-30m ed hanno un portamento eretto e slanciato.

Consigli di utilizzo

Betula autunnoOccorre soprattutto ricordare che le betulle, pur dotate di un aspetto leggero e delicato, sono alberi molto alti (talvolta anche 25-30 m) i quali, di conseguenza, richiedono spazi adeguati alla loro crescita. Non vi è nulla di più deprimente che vedere, nei nostri giardini di città, gruppi di betulle brutalmente capitozzate o cimate (potate troppo drasticamente), solo perchè ci si è accorti “dopo” che si trattava di alberi e non di arbusti. Se si vuole inserire una betulla in un giardino di modeste dimensioni, bisogna ricorrere a cultivar idonee, come B. pendula ‘Youngii’, o a specie di taglia piccola o media, come B. pumila (5 m).

Il principale motivo d’attrazione delle betulle è il colore della corteccia, di norma molto chiaro, che va quindi messo in risalto, collocando le piante davanti ad uno sfondo sempreverde (allori, agrifogli, ecc.).

Se si cerca una betulla da mettere a dimora come esemplare isolato, la più indicata per lo splendido colore che assume la sua corteccia è B. utilis (nelle sue varie forme); se, invece, si vogliono formare gruppi o filari, allora la nostrana B. pendula non ha molte rivali. E’ opportuno non collocare le betulle nei pressi di un muro, perché il loro apparato radicale si espande in modo consistente. Un’altra dote è la loro grazia, cui contribuisce in particolare il nuovo fogliame primaverile, leggero e traslucido, accompagnato dalle infiorescenze pendule. Ecco perché le betulle necessitano di un certo ‘respiro’ spaziale: per essere ammirate, non vanno addossate le une alle altre, come in un vivaio. Poiché la loro chioma è relativamente rada e non fornisce un’ombra intensa, si può sfruttare tale situazione mettendo a dimora sotto di loro le perenni che richiedono una coltivazione a mezz’ombra: Convallaria, Dicentra, Epimedium, Hosta, Heuchera, Lamium, Liriope, Vinca, felci. Il colore giallo del loro fogliame autunnale è così vivo da costituire in sé un elevato valore decorativo, in associazione con la corteccia bianca o rosata dei fusti. Tuttavia, un tocco di classe si raggiunge, arricchendo la scena con una bella macchia di ciclamini o di colchici, magari in una varietà a fiore bianco, come Colchicum speciosum ‘Album’. Gli appassionati di animali e di natura trovano in B. pendula una preziosa alleata, perché nel suo tronco e sulla sua chioma si nasconde una quantità considerevole di insetti, che, insieme con la grande quantità di semi prodotti in autunno, sono il cibo prediletto d’ogni specie di uccelli.

Coltivazione

Betula invernoTutte le betulle hanno in comune l’eccezionale capacità di sopportare temperature invernali gelide, fino a -40° C. Per quanto riguarda il terreno, molte di loro gradiscono un suolo piuttosto torboso, leggero e ben drenato. Nel resto della coltivazione, tuttavia, occorre operare alcune distinzioni. Infatti, le cosiddette betulle “bianche” (B. pendula e B. papyrifera) si adattano anche a suoli più acidi e più asciutti o addirittura compatti, ma richiedono una buona esposizione alla luce. Al contrario, altre betulle – soprattutto americane, come B. lenta – gradiscono maggiormente la mezz’ombra o anche l’ombra piena, mentre non tollerano assolutamente i terreni eccessivamente umidi. Le esigenze di B. utilis – una delle più popolari e più facilmente reperibili sul mercato, dopo B. pendula – sono semplici: indifferente alla qualità del suolo (acido o alcalino), vuole solo un po’ d’umidità durante l’estate.  Questi alberi sono soggetti a numerosi attacchi di parassiti, sia animali sia fungini. Fra questi ultimi, il più temibile è il poliporo della betulla (Piptoporus betulinus), un fungo “a mensola” che penetra nella corteccia attraverso le ferite: in tal caso, i rami infetti vanno rimossi con tagli precisi.

casa-cormanca-aA Città del Messico – Messico – su di una piccola area, circa 160 metri quadrati, ha trovato posto un monolite scavato e sventrato per permettere alla luce e alla vita di entrare. Si tratta di un’abitazione privata progettata dallo studio di architettura Paul Cremoux: un’isola inaspettatamente verde dietro una facciata eccessivamente nera. La casa si affaccia lungo la via senza soluzione di continuità e dall’esterno appare come tutte le altre abitazioni,invece, dietro la spessa cortina del prospetto principale si cela un mondo incantato.

casa-cormanca-b casa-cormanca-cAppena varcata la soglia ci si ritrova in un giardino a più piani: la casa, infatti, è disposta su più livelli che si affacciano sul patio interno alternando pieni e vuoti, spazi a doppia altezza e ambienti bassi. Non esiste una netta distinzione tra zona giorno e zona notte, le stanze private si alternano ai soggiorni e ai terrazzi. Il contrasto tra dentro e fuori è sottolineato anche dai materiali: gli elementi massivi sono in pietra scura, mentre tutti gli interni sono rivestiti in legno di faggio. L’articolazione apparentemente casuale di ogni volume e il posizionamento delle aperture garantisce e agevola la ventilazione naturale innescando il cosiddetto effetto camino.

casa-cormanca-dIl piccolo appezzamento su cui sorge la costruzione è delimitato a sud da un’alta e imponente recinzione: il limite dell’area di progetto si è trasformato in risorsa. Il muro è stato ricoperto completamente dalla vegetazione ed è diventato l’elemento fondante del progetto. Tutta la casa risulta essere invasa da piante e fiori che si protendono per guadagnare uno spicchio di luce. Il verde, nell’intento dei progettisti, non svolge solamente un ruolo di controllo dell’umidità dell’aria o una efficace soluzione tecnologia, come garantire l’ombreggiamento delle ampie vetrate rivolte a sud, ma costituisce anche una quinta scenica. L’idea di dover scoprire cosa si celi tra la vegetazione e vivere assorbiti da essa senza più capire se si abita in un giardino o in uno spazio confinato contribuisce al benessere psicofisico di chi vive la casa.

da: architetturaecosostenibile.it

goji_fresco300Da noi è arrivato da poco e in sordina, come spesso capita alle novità vegetali, ma in Tibet, sull’Himalaya e in Cina, nelle valli del NingXia, le proprietà del Goji sono conosciute da centinaia di anni: per i frutti dati dalle coltivazioni più quotate si parla addirittura di “Red Diamonds” ovvero diamanti rossi. Perché queste bacche sono così pregiate in quei luoghi? Grazie alle loro proprietà: secondo la medicina cinese, le bacche del Goji (Lycium barbarum) sarebbero una potentissima risorsa contro l’invecchiamento. E le buone notizie non finiscono qui: l’arbusto del Goji può vivere anche in vaso sul balcone…

LE BACCHE DELLA LONGEVITA’
goji_arbusto200Al loro interno le bacche del Gojiconterrebbero una forte quantità di nutrienti e anti-ossidanti che assicurerebbero salute e grande longevità. In Inghilterra le si assume sotto forma di tè, ma è diffuso anche il succo o il frutto disidratato, che assomiglia esteticamente all’uva sultanina: si dice che abbia un sapore piacevole una volta ben maturo. Da noi è ancora poco conosciuto, ma nelle mostre-mercato di giardinaggio, alcuni vivaisti intrapprendenti hanno cominciato a proporre questo arbusto. Gli appassionati di piante e di benessere stanno così scoprendo che il Goji si può coltivare facilmente persino in un grosso vaso sul balcone. Intanto la voce si sta diffondendo anche tra i piccoli agricoltori, che stanno provando a coltivarlo per profitto.

COME SI COLTIVA IL GOJI
d__vyrp14_1886goji-plants_1024x1024Originario com’è di zone con inverni assolutamente rigidi,  il Goji si può mettere in vasosenza timore del gelo o del freddo. Forma un arbusto decorativo piuttosto alto (sui 2 metri), con lunghi rami dal portamento ricadente, coperti di piccole foglie lanceolate. La fioritura si compone di moltissimi fiorellini lilla a forma di stella (simili a quelli della patata: il Lycium appartiene anch’esso alla famiglia delle Solanacee) che daranno poi vita alle bacche, che da fresche appaiono sulla pianta come piccoli pomodorini scarlatti. Solo un’accorgimento da tenere presente, se volete cimentarvi: la pianta di Goji ha bisogno di qualche anno d’età prima di cominciare a produrre i frutti e cresce con grande lentezza. Meglio comprarla già pronta a fruttificare!

La pianta che arriva dall’est con i suoi “superfrutti”.

Origini e caratteristiche botaniche
Lycium barbarum - piantaLycium barbarum è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Solanaceae e diffuso in Eurasia.
Le piante appartenenti a tale specie sono a foglia caduca e a portamento arbustivo cespuglioso; si adattano a vari climi e terreni, resistono molto al freddo e sopportano periodi di siccità. Sono perenni dotate di una buona vigoria, i nuovi rami in un anno possono superare il metro di lunghezza. Le piante adulte possono superare i 3 m di altezza. La fioritura avviene da giugno a settembre, con fiori che si formano nelle ascelle fogliari dei rami principali o secondari dell’anno. I fiori hanno petali di colore lavanda, lilla pallido e sono autofertili. La maturazione delle bacche è scalare, da agosto ad ottobre a seconda della zona di coltivazione. La raccolta deve essere manuale essendo i frutti assai delicati, risulta quindi molto laboriosa e viene fatta in vari passaggi, distanziati di circa una settimana. I frutti sono di forma ellissoidale, colore rosso – arancio, di lunghezza di 1-2 cm, larghi 0,5-1 cm, e di peso di circa 0,2 – 0,6 g. Contengono molti piccolissimi semi (da 10 a 60, di solito 20). È una pianta che può dare i primi frutti già al secondo anno e raggiunge la piena produzione al 3° o 4°. In Cina si raggiunge una produzione di 8 ton/ettaro. Le bacche di Goji sono coltivate da migliaia di anni nelle valli Himalayane, in Mongolia, Tibet e nelle due provincie cinesi di Xinjiang e Ningxia e sono considerate elemento essenziale della medicina tradizionale cinese. Si trovano spontanee anche in Corea e Giappone.
Lycium barbarum - foglie e fruttiIl nome Goji si riferisce a bacche di due specie botaniche molto simili: Lycium barbarum e Lycium chinense, appartenenti alla famiglia delle Solanaceae (quella del pomodoro, patata, melanzana, peperone, ecc.). Il L. chinense è la specie coltivata più a sud e ha una taglia minore, mentre il L. barbarum è tipico delle aree del nord, soprattutto nella provincia di Ningxia e sia la piante che il frutto hanno maggiori dimensioni.

Principali utilizzi
Goji - fruttiLe bacche di Goji si possono consumare fresche, ma vengono usate soprattutto essiccate o trasformate in succo concentrato. Le bacche secche sono dolciastre e hanno leggero sapore di mirtillo, uva passa e lampone. Per forma e dimensioni somigliano molto ai frutti di uva passa, ma di colore rosso, più o meno intenso. Le foglie sono impiegate come sostituto del tè. La leggenda parla delle bacche di goji come frutto della longevità, e il consumo di succhi di goji è esploso già da alcuni anni in varie parti del mondo, soprattutto per una spinta commerciale salutistica che attribuisce a questo frutto molte proprietà. È inserito tra i cosiddetti nuovi “superfrutti”, assieme al melograno, acai, ecc. Trattasi in effetti di un frutto ricco di polisaccaridi, carotenoidi, e altri composti (vitamine, acido cumarico, betasitosterolo, cerebroside, betaina,..) e risulterebbe benefico per la salute per la sua attività antiossidante, antinvecchiamento, stimolante del sistema immunitario, con benefici cardiovascolari, per il diabete e la funzionalità degli occhi.

Che dire di più … non rimane che provarlo!

Gli zoo dove esporre gli animali come attrazione stanno scomparendo ormai da tempo dal nostro paesaggio culturale, sostituiti rapidamente da progetti di parchi naturali dove ammirare anche l’intero ecosistema ricostruito e preservare la sopravvivenza di alcune specie rare e in via di estinzione. Sono tanti i problemi che si pongono di fronte alla progettazione di un’architettura per animali, le cui accuse virano sempre verso il concetto antropocentrismo smodato.

Ma numerosi sono anche gli esempi di architetture ecosostenibili, progetti che puntano all’armonia tra design e natura e che diventano iconici. Di seguito una carrellata dei progetti più significativi realizzati per gli animali che abitano i parchi naturali europei.

BIOPARCHI EUROPEI

Zoo Bois de Vincennes (Francia)
zoo-europei-animali-aL’ultimo nato in ordine temporale è certamente il progetto per lo Zoo Bois de Vincennes, a Parigi, realizzato dallo studio Bernard Tschumi Architects.  Si tratta del completo rifacimento della struttura, tra le prime realizzate in Europa, attorno al 1934. La mission dello studio non è progettare un’architettura nel senso tradizionale ma di realizzare strutture specifiche dove nascondere, completare e mescolare le strutture chiuse e il paesaggio. Lo zoo diventa un’esperienza sensoriale di per sé, dove ammirare gli animali in quasi  completa libertà. Gli spazi vengono suddivisi in 6 diverse biozone e separati tra loro in modo del tutto naturale, tramite l’uso di scogliere, vegetazione e fossati.

Korkeasaari Zoo (Finlandia)
zoo-europei-animali-dUn altro esempio che risale al 2009 è la realizzazione di un vero e proprio parco per animali e di un relativo centro di osservazione posto al centro dell’area, nell’isola di Korkeasaari in Finlandia. Gli animali sono i veri padroni dell’isola mentre gli uomini posso ammirarli in maniera non invasiva grazie ad una struttura di osservazione. La struttura è costituita da un’ampia superficie vetrata sovrastata da una cupola e che si adatta alla conformazione irregolare del terreno. Il collegamento con la terraferma avviene tramite una funivia.

Zoo Primorsky San Pietroburgo (Russia)
zoo-europei-animali-eSempre dello stesso studio è il progetto che è stato presentato per lo zoo di San Pietroburgo, in Russia. Lo zoo della città era il più antico d’Europa e verrà ora ricostruito al di fuori dai confini urbani, con un nuovo nome: Primorsky. Trecento ettari di campagna russa offrono un viaggio attraverso gli ecosistemi della Pangea nell’epoca Paleozoica e Mesozoica.

CASETTE E DEPENDANCE A MISURA DI OGNI SPECIE

Zoo di Dresda (Germania)
Intanto nello zoo di Dresda le giraffe godono di un’innovativa casa, a basso impatto ambientale. Lo zoo è situato all’interno dei parchi e dei percorsi del Grosser Garten, fiore all’occhiello della capitale della Sassonia, diventato parco pubblico ufficialmente nel 1814. Il progetto è dello studio Heinle, Wisher und Partner.

zoo-europei-animali-gLa casa è stata costruita con l’aiuto di biologi e zoologi: realizzata con un involucro di fasce verticali in legno di betulla, dipinte con sfumature che digradano dal marrone al grigio. La distanza tra un’asticella e l’altra è stata calcolata con una cura meticolosa, per evitare problemi ai lunghi colli delle giraffe, che ogni tanto si sporgono fuori per osservare l’esterno. L’intera struttura in alzato presenta un ritmo grafico ondulatorio che richiama le ondate di calore nella savana, dipinta in giallo paglierino. Le vetrate che costituiscono la facciata, alternate alle fasce in betulla, sono a doppio strato, a prova di calci di giraffa. Il pavimento è a “prova di corrosione”, a causa della forte acidità dell’urina delle giraffe: composto da una miscela di resine epossidiche, grassi vegetali e sabbia. Vista dall’esterno colpisce moltissimo l’efficacia con cui la costruzione si fonde con l’ambiente circostante, grazie anche alla virtuale eliminazione delle recinzioni; grazie ad una pendenza di  20 gradi la zona circostante il parco risulta inaccessibile agli animali, per ragioni anatomiche.

Sempre dallo studio Heinle, Wischer and Partner Architects, presso lo Zoo di Dresda, è stato realizzata la nuova casa per i lemuri, nel 2009. Il progetto ha vinto il premio “Other new designed open space systems” (Altri nuovi progetti di sistemi degli spazi aperti) durante l’edizione 2011 del concorso Gärten in der Stadt” (Giardini nella città). Ancora in linea con l’idea di concepire open space che avvolgano i visitatori, come accaduto con il recinto delle giraffe, è stato realizzata una vera e propria isoletta per i lemuri dalla coda a strisce.

zoo-europei-animali-hL’isola è parte del ridisegno del laghetto delle foche e della roccia per i predatori, che sono stati integrati nel progetto. Il visitatore attraversa in trincea la zona dove vivono i lemuri, tra numerosi alberi e una piscina.

Parco Bois de la Bâtie (Svizzera)
zoo-europei-animali-iNel 2008 lo studio svizzero group8, assieme allo studio di ingegneria strutturale Guscetti & Tournier  ha realizzato una casa per uccelli nel parco Bois de la Bâtie a Ginevra, Svizzera.
La casa è situata in una isoletta separata dal resto del parco, che limita l’accesso ai visitatori, i quali sono costretti a seguire un percorso per osservare gli uccelli da diverse direzioni. La struttura consiste in 16 pilastri di acciaio dalla forma ad albero che sorreggono una copertura in cemento.

Zoo di Copenhagen (Danimarca)
zoo-europei-animali-nzoo-europei-animali-mNello stesso anno ma a Copenhagen lo studio Foster + Partners   , cimentandosi per la prima volta in una progettazione per animali, ha completato la casa degli elefanti. Il progetto è partito dalla ricerca sui modelli di comportamento degli elefanti. La tendenza degli elefanti maschi in natura a vagare lontano dal branco principale ha quindi portato alla realizzazione di due vani separati. La copertura è costituita da cupole vetrate per fornire un’illuminazione naturale in contrasto ad una tipologia edilizia tradizionalmente genericamente caratterizzata come “spazio chiuso”. Inoltre,le cupole vetrate hanno finestre apribili per consentire la ventilazione naturale e non vi è un sistema di recupero del calore, cosa che permette di migliorare ulteriormente l’efficienza ambientale del sistema.

da: www.architetturaecosostenibile.it

 

Narcissus

Narcissus

I bulbi autunnali non sono i fiori che vediamo sbocciare durante i mesi autunnali, bensì si tratta di tutte quelle piante bulbose che fioriscono in Primavera; si chiamano autunnali perchè per poter ottenere piante da bulbo sane e piene di fiori è consigliabile porle a dimora ora, in modo che alla fine dell’inverno abbiano già sviluppato un buon apparato radicale ed immagazzinato sufficiente nutrimento per produrre i fiori. Il periodo migliore per porre a dimora le bulbose va dalla metà di settembre fino alla prima metà di novembre; in effetti però possiamo interrarli anche durante l’inverno, fino a gennaio-febbraio; l’importante è che le piante siano in terra da circa una settimana prima che all’esterno avvenga una gelata, in questo modo saranno già abbastanza stabilizzate e non subiranno alcun danno dal gelo. Nelle regioni con inverni miti quindi possiamo porre a dimora le bulbose in autunno o in inverno; la differenza sta nel fatto che le piante a dimora già dall’autunno avranno avuto il tempo per allargare le loro radici, per produrre quindi una splendida fioritura primaverile; invece quelle poste a dimora da poco a volte possono produrre fiori piccoli, o addirittura soltanto il fogliame.

Come procedere

La gran parte delle piante da bulbo a fioritura primaverile predilige posizioni abbastanza soleggiate, visto anche il fatto che moltissime fioriscono a fine inverno, quando le temperature sono ancora abbastanza rigide. Quindi scegliamo un posto luminoso, e possibilmente soleggiato; se vogliamo porle in vaso sul terrazzo posizioniamo già da ora i vasi in un luogo dove vengano raggiunti dalla luce solare per almeno alcune ore al giorno.
Il terreno è di fondamentale importanza per i bulbi, che necessitano di un substrato soffice, per poter agevolmente produrre i loro germogli; quindi lavoriamo bene la terra, mescolando ad essa del terriccio universale di buona qualità e della sabbia, che rende meno compatto il terreno argilloso e favorisce il drenaggio dell’acqua. Mescoliamo al terreno del concime granulare a lenta cessione, che garantirà la presenza di minerali nel terreno fino alla fine della fioritura.
Quando il terreno risulta ben soffice poniamo in terra i bulbi, ricordando di distanziarli tra loro per almeno il doppio del loro diametro, e di interrarli ad una profondità pari al loro diametro. Se il terreno è molto compatto ed argilloso possiamo lasciare i bulbi più vicini alla superficie.
Se abbiamo scelto delle bulbose delicate, che non sopportano al meglio il gelo, poniamo sulla superficie del terreno della paglia o delle foglie secche, che li ripareranno dalle gelate più intense.

Come preparare le aiole di bulbose

Tra i bulbi a fioritura primaverile troviamo piante, come i crocus, che fioriscono a fine inverno, altre che invece cominciano a vegetare nelle prime settimane tiepide di primavera, altre ancora che producono i loro fiori a primavera inoltrata; teniamo conto di queste differenze nel porre a dimora le bulbose, in modo da ottenere un’aiola fiorita per settimane.
I crocus possono essere posti a dimora anche spargendoli qua e là nel giardino; altre bulbose, come tulipani, allium, giacinti e narcisi, danno una migliore riuscita nelle aiole formali, posti a dimora in file o in macchie. Anemoni, ixie ed altri bulbi di piccole dimensioni danno migliori risultati se piantati in macchie, ponendo almeno 10-20 bulbi l’uno vicino all’altro.
Nel preparare le aiole ricordiamo anche di controllare l’altezza delle piante, quindi poniamo davanti i crocus, la chionodoxa o i mughetti, che raggiungono i 10-15 cm di altezza; in uno spazio intermedio poniamo tulipani, giacinti, narcisi, mentre sullo sfondo poniamo allium e gigli, che producono un’alta vegetazione, che a volte raggiunge i 60-90 cm di altezza.

Le cure

Iris

Iris

Il bello delle bulbose sta nel fatto che ci regalano splendide fioriture senza necessitare di cure assidue; dopo aver posto a dimora i nostri bulbi annaffiamo il terreno, quindi possiamo scordarci di avere dei bulbi fino a primavera, quando le precipitazioni faranno il nostro lavoro, inumidendo il substrato e risvegliando le gemme sotterranee. Può essere necessario annaffiare ancora le bulbose in primavera, in caso di siccità prolungata o nel caso di bulbi tenuti in vaso; ricordiamo però di bagnare bene il terreno e poi di lasciarlo completamente asciugare prima di fornire altra acqua, altrimenti favoriremo lo sviluppo di marciumi che rovinano rapidamente i bulbi. Dopo la fioritura lasciamo ben sviluppare il fogliame, che contribuisce a produrre le sostanze nutritive che verrano immagazzinate nel bulbo per la fioritura dell’anno seguente; quando le foglie cominciano ad appassire possiamo tagliarle completamente. In seguito la pianta va in riposo vegetativo, quindi possiamo smettere annaffiature ed eventuali concimazioni.
Ogni 2-3 anni, in autunno, possiamo estrarre i bulbi dal terreno, e rimuovere eventuali bulbilli, che se posti a dimora assieme agli altri, con il tempo ci regaleranno altri fiori. Se abbiamo deciso di coltivare bulbose in vaso, dopo aver tagliato il fogliame, poniamo i vasi in luogo fresco ed asciutto, ed evitiamo di annaffiarli; ogni anno estraiamo le bulbose dal terreno, cambiamo il terreno e leviamo eventuali bulbose, poiché il sovraffollamento dei vasi spesso impedisce il corretto sviluppo delle piante e la conseguente fioritura.

Bulbi, tuberi, rizomi

Con il termine bulbose si indicano tutte le piante che abbiano organi sotterranei adatti ad immagazzinare nutrimento. Queste piante più correttamente si dicono geofite.
Le bulbose sono quelle geofite che posseggono un organo particolare, detto appunto bulbo, costituito da un apparato radicale e da alcune foglie carnose, dette catafilli, riunite attorno ad un germoglio dormiente; sono bulbi anche le cipolle o l’aglio.
I tuberi sono invece porzioni di fusto sotterranee ingrossate, come la patata o le dhalie, spesso questi grossi fusti hanno forma globosa o cilindrica.
I rizomi sono anch’essi dei fusti, ma più sottili dei tuberi, e in genere hanno sviluppo parallelo al terreno, ed hanno la capacità di produrre nuove piante lungo il loro sviluppo.
Tutte queste piante vengono da sempre indicate con il termine bulbose; la gran parte delle bulbose viene coltivata nei giardini da secoli, per questo abbiamo a disposizione bulbi con fiori di ogni forma, colore e dimensione.

Un breve elenco

anemone bianco

anemone bianco

Le bulbose autunnali sono quindi quelle che vanno poste a dimora durante i mesi autunnali; la maggior parte di queste piante è ben resistente al freddo e sopporta gelate anche intense e di lunga durata; accenniamo alcuni nomi botanici di bulbose:
Allium, Anemone, Cyclamen, Crocus, Eremurus, Fresia, Fritillaria, Galanthus, Hyacinthus, Helleborus, Iris, Leucojum, Lilium, Muscari, Narcissus, Ranunculus, Tulipa.
Le specie originarie di queste piante provengono dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia; tutte le bulbose che non temono il freddo sono adatte all’inselvatichimento, quindi non necessitano di essere estirpate dal terreno durante i mesi invernali.

 
da: giardinaggio.it

Il girasole è una pianta annuale appartenente alle Asteraceae, che è la famiglia di piante a fiori più grande che troviamo in natura. La specie più diffusa e più coltivata è l’Helianthus annuus. Il nome scientifico “Helianthus” deriva da “helios” parola greca che significa sole , e “anthos” cioè fiore, mentre il suo nome comune “girasole” deriva da una particolarità di questa pianta, che presenta un notevole eliotropismo; il fiore, cioè, si muove seguendo gli spostamenti del sole, e in questo modo è rivolto verso di esso per l’intera giornata; ciò è possibile grazie al “pulvino”, un filamento che si trova sullo stelo.
girasoleIl girasole è una pianta erbacea che presenta un’infiorescenza, cioè un insieme di fiori, per la precisione un’infiorescenza a capolino. Il capolino è composto da due tipi di fiori: al centro i fiori del disco (il “bottone”marrone) e alla periferia i fiori del raggio (quelli che comunemente vengono chiamati petali e che sono gialli).I fiori del disco possono essere chiusi (di solito quelli al centro) oppure aperti (quelli più esterni). Si possono isolare tirandoli via dalla base e si può notare che hanno la forma di una piccola tromba; questo corpo tubolare è la corolla, i cui petali sono saldati insieme per la maggior parte della loro lunghezza, mentre all’estremità superiore si separano formando dei dentelli. I fiori del raggio sono allungati; la corolla è formata da petali saldati fra di loro in modo da formare una linguetta, ed è proprio questa che dà all’intero fiore l’aspetto di petalo.
Il fusto è dritto e robusto e può raggiungere grandi altezze, addirittura fino ai tre metri, ma esistono anche varietà più piccole; le foglie sono grandi, di un bel verde intenso, hanno un lungo picciolo, sono ruvide su entrambe le facce e sono opposte fino al secondo-terzo paio, dopo sono alterne. Ha una lunga radice a fittone su cui sono inserite le radici laterali. 

Quando e dove piantarlo
Il girasole predilige un ambiente caldo, la temperatura minima consigliata è di 12 – 14 gradi. Vive bene sia in ambienti soleggiati che in penombra, l’importante è che abbia a disposizione almeno 4-5 ore di sole. In caso di forte vento è necessario fissare delle canne di bambù al fusto per sostenerlo. I girasoli sono particolarmente adatti alla coltivazione in piena terra oppure, per le varietà che non raggiungono un’altezza elevata, anche in vaso. Non hanno bisogno di un terreno particolare, l’importante è che sia fertile e profondo, dato che le radici hanno bisogno di spazio. Vanno seminati all’ inizio della stagione primaverile, dalla fine di marzo fino a metà aprile; i semi possono essere presi dalla corolla quando il fiore si è seccato oppure si possono trovare dal fioraio o al supermercato; vanno messi nel terreno in buche profonde 3 – 4 cm, in file poste ad una distanza di 35 – 70 cm a seconda della grandezza della specie, oppure seminate in vaso e trapiantate in vasi più grandi quando le piantine avranno raggiunto i 10 cm, cercando di non danneggiarne le radici. Anche se la pianta sopporta bene il caldo, bisogna irrigare il terreno costantemente evitando i ristagni e facendo assorbire bene l’acqua. Per quanto riguarda la coltivazione in vaso bisogna innaffiare il girasole ogni volta che la terra si asciuga, sempre evitando ristagni d’acqua.

Potatura e fioritura
girasole (1)I girasoli non necessitano di grandi potature, basta eliminare le parti danneggiate dai parassiti e quelle secche o appassite.
La moltiplicazione di questa pianta avviene per seme. Bisogna interrare il seme in due, tre centimetri di terra ben lavorata e fertile. Il girasole termina il suo ciclo di sviluppo in 110-145 giorni. Dopo 5 – 7 giorni dalla semina si ha la germogliazione del seme; in circa 30 giorni si ha l’emergenza delle foglie e uno sviluppo dell’apparato radicale, poi la formazione del bottone fiorale e subito dopo la fioritura. Il periodo che va dalla formazione del bottone alla fioritura può durare dai 25 ai 30 giorni, durante i quali si ha una notevole crescita della pianta e i fiori si aprono in serie secondo una spirale centripeta; l’infiorescenza presenta fiori esterni allungati che possono essere gialli, marroni o arancioni e sono sterili, cioè non producono nessun seme; i fiori interni sono di colore marrone e sono quelli che diventano semi. La fioritura avviene in estate, soprattutto da agosto ad ottobre.

Specie
Il genere Helianthus comprende circa 100 specie differenti; tra queste dobbiamo distinguere specie selvatiche e specie coltivate. Quelle spontanee sono considerate piante infestanti che si sviluppano tra i campi e possono danneggiare i raccolti. Quelle coltivabili si differenziano fra loro per altezza, forma e colore dei fiori. Oltre alla specie coltivabile Helianthus annuus,che è la più nota, è diffusa anche l’Helianthus debilis che ha corolle di medie dimensioni, con petali che vanno dal bianco avorio al nerastro. Ancora, l’Helianthus hirsutus che ha piccoli fiori gialli e può raggiungere un’altezza di due metri. L’Helianthus grosseratus, il cui capolino è giallo e può raggiungere i 5 cm di diametro. L’Helianthus occidentalis, che ha proprietà antibiotiche. L’Helianthus mollis che può raggiungere un’altezza massima di 1,20 metri e ha fiori giallo scuro.

Vendita e significato
petalo_di_girasole_googleDato che il girasole si presenta in tutta la sua bellezza in estate, si consiglia di comprarli soprattutto in questa stagione; sono le piante più adatta a dare un tocco di colore e a rallegrare il giardino e la casa nei mesi più caldi.
Per chi crede al significato dei fiori, il girasole indica allegria e orgoglio.

La bioarchitettura è un’Architettura ispirata ai principi vitali, una tecnica il cui obiettivo è quello di realizzare abitazioni, e quindi città, progettate come organismi viventi. Gli edifici costruiti con le regole della bioarchitettura sono abitazioni che stabiliscono un rapporto equilibrato con l’ambiente in cui si inseriscono e con coloro che ospitano.

Con il termine bioarchitettura si indica una “filosofia” del costruire, del ristrutturare e dell’abitare che risponde alle esigenze del bios, della vita. Infatti nella realizzazione di un progetto di bioarchitettura si presta particolare attenzione alla tutela dell’ambiente e del paesaggio che ospita la struttura, ma non solo, i progettisti si concentrano anche sugli aspetti culturali, sociali ed economici degli utenti.

Si riconosce di fatto come il degrado ambientale e paesaggistico, che si osserva in particolare nelle nostre città, sia dovuto in gran parte all’architettura convenzionale che non pone attenzione alle forme, ai materiali e agli impianti che realizza; nell’attuare un progetto di bioarchitettura, invece, si cerca di fornire soluzioni alternative con azioni efficaci per ridurre l’impatto ambientale ed i fenomeni d’inquinamento.

BioarchitetturaNella bioarchitettura l’obiettivo principale della progettazione di spazi per il vivere quotidiano – ma non solo – è quello di definire luoghi che rispettino le esigenze ed i bisogni di coloro che li andranno ad abitare, dove sono importanti il risparmio delle risorse ambientali e soprattutto il benessere psicofisico degli utenti, mentre nell’architettura convenzionale i parametri principali assunti nella definizione del progetto sono per lo più di natura tecnica ed economica e hanno poco a che fare con le esigenze di coloro che andranno a vivere gli spazi in questione.

Un progetto di bioarchitettura per la costruzione e ristrutturazione di edifici ecosostenibili, che tutelano cioè l’ambiente e la salubrità di coloro che vi vivono, prende in considerazione due aspetti importanti:

  • il primo riguarda l’impatto ambientale ed il risparmio energetico;
  • il secondo riguarda l’uso attento di materiali e prodotti “naturali”, sia nella costruzione, sia nell’arredamento.

In generale l’edificio sarà studiato per essere il più confortevole possibile, producendo benessere fisico e psicologico per chi ci vive, dovrà durare nel tempo, dovrà essere ispirato all’uso razionale ed efficiente delle “risorse energetiche alternative”, dovrà utilizzare materiali disponibili in loco non trattati, recuperabili e riciclabili, oltre che non nocivi per la salute, dovrà avere uno spazio esterno curato con particolare attenzione, dove il verde sposa il progetto dell’edificio ed il paesaggio circostante.

Nella realizzazione di progetti di bioarchitettura per la costruzione e ristrutturazione di un edificio, gli architetti seguono un preciso schema di metodo, che prevede una serie di “step”, di passaggi, che vanno dalla fase di studio iniziale, alla scelta dei materiali e degli impianti da utilizzare, fino alla definizione degli arredi.

La quasi totalità dei progetti di bioarchitettura prevede uno spazio esterno curato e studiato nei minimi particolari, il giardino viene infatti considerato un “corridoio ecologico”, che mette cioè in collegamento l’ambiente e il paesaggio circostante con l’edificio. Ma non solo, deve essere anche un luogo di relax ed armonia, caratterizzato da elementi come le piante locali e l’acqua.

Bioarch2Il secondo passaggio si concentra sulla progettazione della struttura vera e propria: in questa fase, particolare attenzione viene attribuita alla scelta dei materiali, che in particolare devono consentire l’evapo-traspirazione dell’umidità, perciò l’uso del cemento armato dovrà essere ridotto al minimo. Infatti l’uso di muri spessi, realizzati con materiali naturali, garantisce un buon isolamento termico sia d’state che d’inverno con conseguente risparmio energetico – sia per riscaldare, sia per smorzare il caldo estivo – ed inoltre è in grado di attenuare gli agenti tossici atmosferici; naturalmente vanno privilegiati materiali disponibili in loco, per una questione di risparmio energetico.

Nella costruzione degli edifici, come anche nelle ristrutturazioni, sono preferiti fra i materiali isolanti quelli naturali (come per esempio la cellulosa, le sfere di vetro espanso, il sughero, i pannelli di legno), discorso analogo vale per la copertura: tetto e sottotetto dovranno prevedere solai sufficientemente areati.

Nella progettazione dell’edificio grande attenzione viene rivolta all’aspetto estetico che dovrebbe rifarsi quanto più possibile ai modelli architettonici e storici locali, oltre che naturalmente avere simmetrie che lo rendano armonico, anche con il paesaggio circostante.

Massima attenzione verrà posta nella disposizione degli ambienti sempre orientati in funzione del percorso solare e delle loro interazioni e destinazioni. Per questo motivo gli impianti di illuminazione, comprese le finestre, sono studiati e progettati in modo da sfruttare al meglio la luce naturale ed i colori, basandosi sull’orientamento degli ambienti, sulla loro destinazione d’uso e sul risparmio energetico. In particolare la disposizione ideale delle stanze in un edificio abitativo dovrebbe essere questa:

  • la cucina andrebbe sistemata a nord, essendo la stanza più calda;
  • la zona notte ad est, per collegarla al sorgere del sole e favorire così un risveglio naturale;
  • gli ambienti di soggiorno andrebbero disposti ad ovest, per sfruttare al meglio il calore e la luce solare pomeridiani, visto che li viviamo durante il pomeriggio e la sera.

In una ristrutturazione secondo i principi della bioarchitettura particolare attenzione viene data all’approvvigionamento energetico, pertanto una ecocasa sarà dotata di un impianto integrato di pannelli solari fotovoltaici per la produzione di energia elettrica a costo zero e per la produzione di acqua calda per l’impianto di riscaldamento.

Per quanto riguarda l’impianto di riscaldamento, il tipo che più rispetta la qualità dell’aria all’interno delle pareti domestiche è quello che funziona a “irraggiamento”, per mezzo del quale il calore viene trasmesso da superfici radianti poste verticalmente sulle pareti. Questo sistema mantiene la giusta umidità dell’aria e riscalda gli ambienti in maniera uniforme, senza alzare pulviscolo, come avviene con i termoconvettori, e consente anche un risparmio energetico.

Nella pittura delle pareti è privilegiato l’uso di idropitture o pitture a base biodegradabile ecologiche che non emettono esalazioni tossiche.

Nella costruzione o ristrutturazione di una casa secondo i principi della bioarchitettura, non solo i materiali da costruzione sono scelti con accuratezza, anche per gli arredi si punta su elementi rigorosamente naturali. Sempre più persone sono attente all’ambiente in cui vivono, sia esterno, sia domestico e per la casa scelgono materiali traspiranti, arredamenti in legno e tessuti naturali, in particolare non derivati dal petrolio e non acrilici.

Così l’ambiente domestico risulta rilassante per chi vi entra e per chi lo abita: lo stress accumulato durante il giorno quando si entra in queste stanze scivola via, lascia spazio alla serenità e al relax.

Il fascino diffuso delle piante suggerisce enormi possibilità di protezione e potenziamento integrato dei paesaggi.

Recentemente si è celebrato il Fascination of plants day: giornata mondiale dedicata al fascino delle piante e al futuro del pianeta con circa mille eventi sparsi in tutto il mondo. Le Università, gli istituti scientifici, gli orti botanici, gli studiosi e i professionisti hanno organizzato eventi per diffondere la conoscenza e il rispetto del fantastico mondo vegetale che ci circonda. Anche in Italia si sono organizzate visite guidate a orti botanici, giardini di pregio, serre e laboratori didattici, si sono riuniti specialisti in convegni ed eventi aperti al largo pubblico.

A Milano un convegno organizzato dall’Associazione italiana di architettura del paesaggio (Aiapp) ha ampliato il tema celebrando il fascino delle piante nei giardini, nei roseti, nelle opere di land art, sino ai paesaggi più vasti e pervasivi del vivere quotidiano, dal parco urbano alla trama degli spazi aperti che costituiscono il connettivo delle nostre città.

Il fascino delle piante infatti non è solo quello elitario dei conservatoires o delle tenute nobiliari pervenuteci dai secoli passati o quello riservato dei più recenti giardini privati, ma anche (e soprattutto) quello diffuso, improvviso, magari minimo e frammentario, pensile o verticale che, tanto potente quanto inatteso, ci attrae e cattura. È il fascino che ci porta a fermarci in un parco, a visitare una mostra mercato di piante e fiori, ad allestire un balcone fiorito o a protestare per il taglio di un albero sotto casa. È insomma il fascino ancestrale e intimo che ci porta a desiderare il verde, a coltivarlo, a proteggerlo e, con amore e competenza, farne “luogo di delizia”. Anche in città.

Questa è la scommessa di chi progetta spazi aperti, paesaggi: trasformare una strada in un viale alberato, un marciapiede in un margine verde, un parcheggio in un boschetto urbano, addirittura una cava o un’area industriale dismessa in un parco, o una barriera antirumore in un verde verticale fortemente integrato a giardini preesistenti. Fuori dalla città, il progettista saprà utilizzare le piante per rinnovare sponde fluviali, deframmentare paesaggi attraversati da autostrade, ponti, ferrovie, saprà integrare reti per la mobilità e impianti produttivi con la tutela e il riequilibrio ecologico-paesaggistico dei paesaggi di riferimento.

Non solo saprà proteggere il verde che c’è (tutela passiva) ma potenziarlo anche dove non c’è o non è previsto (tutela attiva) progettando reti e sistemi verdi integrati e coerenti con le strutture e funzioni all’intorno. In ogni caso, per quanto possibile, finalizzato al pubblico godimento, anche solo percettivo (il fascino).

Il tema è ampio, e seppure già abbastanza frequentato tra addetti ai lavori, rimane ancora fortemente disatteso nella pratica quotidiana di chi è attore delle trasformazioni dei nostri territori. Committenti e progettisti spesso non sfruttano appieno le enormi possibilità che sono date loro nella gestione integrata dei nostri paesaggi.

Bandi, concorsi, incarichi, spesso mancano già nei presupposti delle possibilità di addivenire a opere corrette sotto il profilo della massima integrazione ecologico-paesaggistica, della riduzione degli effetti negativi diretti e indiretti e della razionalizzazione dei costi complessivi, anche sociali.

Eppure basterebbe porre attenzione ad alcuni concetti fondanti:

•    polifunzionalità;
•    progettazione integrata;
•    genius loci.

Alcuni modi di intendere la green economy  mancano clamorosamente questi tre criteri e disseminano, senza alcun criterio, pannelli solari, pale eoliche, e relative risorse a pioggia, spesso contribuendo alla devastazione di territori di pregio del nostro paesaggio.

Green economy dovrebbe invece essere quella attenzione colta, intelligente e ponderata che, partendo dalle vocazionalità dei nostri territori, ne rafforzi le peculiarità paesaggistiche, e quindi anche socio-economiche.

In questo modo contribuirebbe a definire una rete di paesaggi attrattivi su cui possano correre le economie interne e afferenti, anche dal vasto mondo del turismo, così fortemente attratto dall’Italia e dal suo bien vivre.

 

La tutela del paesaggio può essere promossa da politiche adeguate. Il caso dello standard 4.4.

Il paesaggio rurale italiano, frutto di alcuni millenni di storia, è da sempre riconosciuto come uno degli elementi fondamentali dell’identità culturale del nostro Paese. Esso costituisce una risorsa fondamentale, determinando un valore aggiunto per le produzioni con denominazione di origine, configurandosi come elemento chiave per le sviluppo turistico e per la biodiversità legata alla qualità degli spazi coltivati e alle specie introdotte dall’uomo e rappresentando un aspetto caratterizzante la qualità della vita nelle aree rurali”.

Un’affermazione, tratta dal Piano strategico nazionale per lo sviluppo rurale 2007-2013, che compendia numerosi elementi degni di considerazione. In primis, il riconoscimento del forte legame tra il paesaggio, la storia e la cultura (e, quindi, le attività economiche) di un territorio, segno della consapevolezza di dovere intervenire tramite incentivi e politiche capaci di conciliare la tutela del paesaggio con gli strumenti propri delle misure di sviluppo rurale.
Il paesaggio è definito come “risorsa fondamentale” non solo ai fini della biodiversità, fattore strettamente interconnesso con la qualità ambientale, ma anche a fini prettamente economici. Basta pensare al ruolo che il paesaggio riveste nella promozione turistica delle aree rurali e nella valorizzazione di molte produzioni agricole, con particolare riferimento a quelle di pregio, di norma più fortemente riconducibili ai territori di riferimento.
Inoltre, è da sottolineare il rilievo attribuito al paesaggio per ciò che concerne la qualità della vita degli abitanti di una determinata area: un aspetto decisamente immateriale che tuttavia, a ben guardare, costituisce il fine ultimo della politica.

Lo standard 4.4

In considerazione dell’importanza del paesaggio, il regolamento (CE) n. 73/2009 prevede, quale norma obbligatoria, “il mantenimento degli elementi caratteristici del paesaggio, compresi, se del caso, siepi, stagni, fossi, alberi in filari, in gruppi o isolati e margini dei campi”. Il nostro Paese ha recepito questo regolamento attraverso il decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali n. 30125 del 22 dicembre 2009, declinandolo sotto forma dello standard 4.4, ripreso poi dalle normative regionali.
In Lombardia, la D.g.r. 28 dicembre 2012, n. IX/4613, “Determinazioni in ordine ai criteri di gestione obbligatoria e delle buone condizioni agronomiche e ambientali ai sensi del reg. CE 73/09 – Modifiche e integrazioni alla D.g.r. 4196/2007” ha quindi confermato una serie di misure volte alla valorizzazione degli elementi tipici del paesaggio agrario. In particolare, la deliberazione – pubblicata sul Bollettino ufficiale di Regione Lombardia n. 53, Serie ordinaria, del 31 dicembre 2012 – richiama lo standard 4.4 “Mantenimento degli elementi caratteristici del paesaggio”. Quest’ultimo si applica ai beneficiari:
•    dei pagamenti diretti ai sensi dell’allegato 1 del Reg. (CE) 73/2009;
•    dei programmi di sostegno per la ristrutturazione, la riconversione dei vigneti, e per la vendemmia verde e del premio di estirpazione;
•    delle misure 211, 214 e 221 del Programma di sviluppo rurale 2007-2013.
Lo standard richiama al rispetto delle prescrizioni cogenti di tutela degli elementi caratteristici del paesaggio che riguardano le superfici agricole. Pertanto, è vietata la distruzione di muretti a secco e l’eliminazione di siepi, stagni, alberi isolati, in gruppo o in filari, tutelati ai sensi dell’articolo 134 del DLgs 22 gennaio 2004, n. 42, “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, del Piano paesaggistico regionale – di cui all’allegato 3 del Piano territoriale regionale –, dei Piani territoriali di coordinamento provinciali e dei Piani territoriali di coordinamento dei parchi regionali. È opportuno rilevare che ai fini dell’individuazione dell’elemento caratteristico del paesaggio è stabilita una lunghezza lineare minima di 25 metri, con l’ulteriore precisazione che per filare “si intende un andamento lineare e/o sinuoso caratterizzato dalla ripetizione di elementi arborei in successione o alternati”. Per quanto concerne gli alberi isolati, lo standard prende come riferimento gli esemplari arborei identificati nel registro nazionale degli alberi monumentali ovvero tutelati dalla legislazione regionale e nazionale.
Nel caso di territori ricadenti all’interno di aree Sic/Zsc, gli interventi su elementi del paesaggio tutelati sono soggetti a comunicazione all’ente gestore che, nei casi di legge, emette la prevista autorizzazione. Gli interventi da sottoporre a valutazione sono riconducibili a:
•    eliminazione di siepi e filari, boschetti, fasce boscate, senza adeguata compensazione da definirsi sulla base di parametri forniti dall’ente gestore;
•    eliminazione o compromissione di ambienti umidi (stagni, maceri, fontanili o risorgive);
•    modifica di aree e/o modalità di conduzione agro-forestale caratteristiche del territorio (quali marcite e risaie) e/o sistemazioni agrarie e forestali tradizionali;
•    eliminazione di elementi morfologici naturali (per esempio, terrazzamenti o dossi) tramite sbancamento con asportazione di materiale;
•    utilizzazione di fanghi di depurazione.
In ogni caso, in linea generale, sono ammesse deroghe a quanto sopra al fine sia di ridurre i vincoli per quanto riguarda la tradizionale gestione della risorsa legno presente ai lati degli appezzamenti, sia di evitare che la norma, volta a tutelare il paesaggio, divenga essa stessa fonte di riduzione della valenza paesaggistica delle aree rurali. A titolo esemplificativo, si ricorda che lo standard non si applica in caso di motivazioni di carattere fitosanitario riconosciute dalle autorità competenti ovvero in caso di eliminazione di specie invadenti quali l’ailanto. Al contempo, è lasciata la possibilità all’agricoltore di eseguire interventi di manutenzione ordinaria delle formazioni arboree e arbustive, incluso il taglio a raso delle ceppaie.

Prospettive

Il paesaggio rurale italiano costituisce una risorsa preziosa sia dal punto di vista estetico e naturalistico sia da quello economico, dal momento che su di esso si possono incentrare politiche di sviluppo rurale e azioni di marketing. Tuttavia, si tratta di una risorsa non rinnovabile sulla quale incombono una serie di minacce quali l’abbandono – soprattutto dei terreni marginali –, la semplificazione/banalizzazione, la concorrenza da parte di usi alternativi del suolo (si pensi alle agro energie ed alla cementificazione).
È auspicabile una maggiore consapevolezza di tutto ciò da parte sia dell’opinione pubblica – la cultura paesaggistica non è mai troppa – sia degli amministratori chiamati a introdurre nella programmazione dello sviluppo rurale misure adatte alla complessità paesaggistica che caratterizza il nostro Paese.
Sono sfide tutt’altro che semplici in quanto richiedono la capacità di mediare tra gli interessi economici dei produttori, ovviamente da tutelare, e la necessità di salvaguardia del territorio e del paesaggio quale elemento fondamentale della qualità della vita. In questo occorre ricordare l’importanza di un’informazione corretta nei confronti dell’opinione pubblica, spesso portata a vedere l’attività agricola come un settore inquinante, le cui pratiche hanno conseguenze nefaste per l’ambiente. Inoltre, è necessario considerare che l’attività di salvaguardia non deve essere limitata alla conservazione dell’esistente, ma deve verificarne l’evoluzione in modo da ridurre le possibilità di snaturare i paesaggi agricoli tradizionali del nostro Paese.
Tutti aspetti che devono essere declinati in numerose politiche di intervento, ciascuna delle quali adatta ai paesaggi e alle relative attività economiche che costellano il nostro Paese. Una sfida enorme per la quale lo standard 4.4 può essere solo l’inizio.

Trachelospermum jasminoides – Il Falso gelsomino, rampicante sempreverde dall’inebriante fioritura
E’ una pianta rustica molto vigorosa, con fiori profumatissimi simili a stelline bianche che sbocciano a fine primavere-inizio estate. Cresce in qualsiasi terreno e clima, anche in zone con inverni piuttosto rigidi del Nord Italia purché si trovi in posizioni ben soleggiate. Occorre potarlo, dopo la fioritura, per stimolare quella dell’anno successivo e per contenerne l’esuberante sviluppo.

Generalità della specie
Tutti conoscono e apprezzano i gelsomini, arbusti rampicanti a fiori per lo più bianchi (gialli in alcune specie) e molto profumati, che si schiudono, a seconda della specie, da gennaio a dicembre. I gelsomini, però, crescono bene solo in zone con inverni piuttosto miti, cioè nelle regioni a clima mediterraneo. Al Nord, nelle località in cui l’inverno è rigido, i gelsomini difficilmente sopravvivono ai rigori della brutta stagione. Per questo motivo chi abita in queste zone e desidera avere in giardino (o sul terrazzo) un rampicante dalla profumatissima fioritura, deve mettere a dimora un “falso gelsomino” (conosciuto anche come rincospermo). Questa pianta dai fragranti fiorellini bianchi a forma di stella regala bellissime fioriture anche in zone ad inverni piuttosto rigidi (resiste sino ai-8°C), purché la posizione sia ben soleggiata, e si adatta a qualsiasi tipo di terreno, purché profondo, fertile e piuttosto fresco.

Caratteristiche botaniche
Il falso gelsomino – Trachelospermum jasminoides o Rhyncospermum jasminoides, famiglia Apocynacee – è una specie rampicante sempreverde originaria dell’Asia orientale (Cina, Corea e Giappone). Rustico e assai facile da coltivare, si sviluppa rapidamente emettendo numerosi rami che possono raggiungere facilmente anche gli 8-10 metri di lunghezza e che si attorcigliano spontaneamente attorno a qualsiasi tipo di sostegno. Le foglie sono ovali-appuntite, coriacee e di un bel verde intenso. La fioritura, che avviene sul finire della primavera-inizio estate, è così abbondante che la vegetazione viene letteralmente ricoperta da una miriade di fiori intensamente profumati.

Quando e dove piantarlo
Il periodo migliore per mettere a dimora il falso gelsomino è l’autunno (settembre-ottobre). Se solitamente l’inverno si presenta molto freddo e lungo, conviene però rimandare questa operazione a fine febbraio-marzo. La pianta si deve collocare in una posizione ben soleggiata, per essere certi che fiorisca e vegeti abbondantemente.
Il falso gelsomino cresce bene anche in vaso, purché di grandi dimensioni (diametro o lato di almeno 40-50cm e più). Gli esemplari coltivati in contenitore vanno irrigati regolarmente in primavera-estate, con l’aggiunta una volta al mese, da marzo a inizio settembre, di un fertilizzante liquido a basso contenuto d’azoto. Ovviamente in piena terra la pianta presenta fioritura e vegetazione ben più rigogliose rispetto a un esemplare coltivato in vaso. Il falso gelsomino è ideale per rivestire e abbellire reti di recinzione e pergolati, vecchie colonne e tronchi d’albero, ma si può utilizzare anche come pianta ricadente, per esempio per formare cascate su scarpate o alti muri di contenimento.

Come e quando potarlo
Per favorire la produzione di fiori è importante eseguire a fine fioritura un’accurata potatura, volta ad accorciare i getti che hanno prodotto i fiori e quelli che danno all’insieme un aspetto disordinato. In questo modo si svilupperanno tanti nuovi germogli che porteranno fiori nell’annata successiva. Ogni tre – quattro anni, sempre dopo la fioritura, occorre sfoltire la massa della vegetazione accorciando i rami troppo lunghi ed eliminando quelli vecchi.

Quattro interessanti varietà
Oltre al falso gelsomino comune, sono reperibili nei più forniti vivai e centri di giardinaggio interessanti varietà ancora poco conosciute. Tra queste ricordiamo per esempio “Star of Toscane”, “Tricolor”, “Variegatum”, “Wilsonii”.

Qualche suggerimento su come utilizzare il falso gelsomino
La massa di vegetazione che forma il falso gelsomino lo rende ideale per creare una piacevole ombra sotto un gazebo, dove pranzare e chiacchierare con parenti ed amici; per ingentilire una vecchia colonna presente nel giardino o nel cortile per arricchire la ringhiera di recinzione, avendo cura di mettere a dimora le giovani piante a circa1,5 metridi distanza l’una dall’altra.

Il Corniolo, specie autoctona nei nostri areali, è una pianta dai bei fiori e dai piccoli frutti commestibili. Resiste molto bene al freddo, sopporta la siccità e si adatta a qualsiasi tipo di terreno. Non richiede concimazioni e interventi fitosanitari. Se si aggiunge che è caratterizzato da una ricca e precoce fioritura (febbraio-marzo), seguita da frutti rossi e saporiti, si capisce perché sia una pianta ideale da coltivare nel giardino-frutteto a bassa manutenzione.

Caratteristiche botaniche
Il Corniolo (Cornus mas, famiglia Cornacee) è una specie originaria dell’Europa e dell’Asia, diffusa in quasi tutta Italia, meno al sud e nelle isole. Il termine che indica il genere Cornus deriva da “corno” in riferimento alla durezza del suo legno, impiegato in passato per realizzare archi e frecce, tutori per ortaggi, manici di attrezzi, raggi di ruote di carro e ingranaggi, cune per spaccare legna, ecc.
E’ una pianta a foglia caduca molto longeva (può arrivare anche oltre ai 200 anni di vita), che tende a ramificare sin dalla base. Raggiunge in genere i 3-4 metri di altezza e presenta una chioma di 2-3 metri di diametro. Questa specie si presta ad essere allevata ad alberello, eliminando i rami più bassi (diventando così ideale per la coltivazione in un giardino-frutteto); in questo caso può raggiungere e superare i 6 metri di altezza. La corteccia del tronco e dei rami più vecchi è di colore grigiastro e più o meno screpolata, mentre quella dei rami più giovani è verde e liscia. Le foglie, di 5-10cm di lunghezza, sono opposte, di colore verde chiaro e con evidenti nervature; in autunno assumono colori che variano dal giallo al rosso-violaceo. Durante l’autunno e il primo inverno sui rami compaiono le gemme fiorifere, che si schiudono verso febbraio (nel Centro e Sud Italia) e a marzo (nel Nord Italia). La pianta si copre in questo periodo di una miriade di minuscoli fiori gialli, risultando in tal modo molto decorativa in un periodo dell’anno poco ricco di colore. Dai fiori si formano i frutti, le corniole, simili a piccole olive, lunghi 1,5-2cm, assai ricchi di vitamina C. Le corniole acerbe sono di colore verde chiaro, poi a metà-fine luglio virano al rosso scarlatto e ad agosto assumono una tonalità viola-nerastra e cadono nel momento in cui sono mature e la polpa si presenta morbida e dolce. Il Corniolo è autofertile, quindi anche un solo esemplare isolato è in grado di produrre frutti, seppur solo al raggiungimento dei 5-7 anni di vita, in quanto le fioriture dei primi anni producono solo fiori maschili.

Rustico, resistente e adattabile in fatto di clima e terreno
Il Corniolo cresce sia in posizioni di pieno sole (purché in presenza di terreno umido) che in quelle semi ombreggiate (sia in suolo asciutto che leggermente umido).
Resiste bene al freddo e si adatta a qualsiasi tipo di terreno, anche a quelli poco fertili e/o sassosi, anche se predilige suoli calcarei e provvisti di sostanza organica. La sua adattabilità in fatto di clima lo rende coltivabile in tutta Italia, sino ai 1.400-1.500 metri di quota, anche se gradisce maggiormente l’ambiente di collina (300-600 metri di altitudine). Sopporta piuttosto bene la siccità, ma una forte carenza d’acqua durante la maturazione dei frutti porta alla caduta o al raggrinzimento degli stessi; in questo caso per non compromettere la quantità e la qualità del raccolto, occorre effettuare qualche irrigazione nei momenti di maggiore siccità. Il Corniolo si adatta a crescere in spazi relativamente ristretti, per esempio sotto alberi dalla chioma espansa (come ad esempio ciliegio e kaki), che lo ombreggiano parzialmente. Essendo una pianta molto rustica e adattabile, il corniolo non ha bisogno di alcuna concimazione, tanto meno, di interventi fitosanitari.

La raccolta delle Corniole
Si procede alla raccolta dei frutti del corniolo quando presentano un colore viola-nerastro, staccandoli uno ad uno manualmente, oppure facendoli cadere a terra su un telo scuotendo con le mani il fusto della pianta.
Siccome le corniole maturano scalarmente, occorre effettuare tre – quattro passate a distanza di qualche giorno per completare la raccolta. I frutti si possono però raccogliere anche se non completamente maturi, cioè quando presentano un colore rosso scuro, ma in questo caso sono molto aspri. Occorre perciò farli maturare in casa per 3-4 giorni, o fin quando la polpa si presenta morbida, ponendoli su stuoie (o altro materiale simile) in un solo strato, non manipolandoli sino al momento dell’impiego. Le corniole mature si consumano come frutta fresca, al pari di more, di lamponi o altri piccoli frutti. In alternativa, le corniole si possono impiegare per preparare confetture, “caramelle” e sciroppi.

E’ molto difficile e probabilmente impossibile dire con certezza quale sia la “prima fioritura dell’anno”, quella che trionfalmente apre il sipario al nuovo anno. Perlomeno non ne esiste una sola, perché questo è un primato che si contendono diverse specie (ellebori, bucaneve, nespoli giapponesi…) e poi perché il calendario vegetale è commisurato soprattutto sull’andamento climatico di ogni singolo anno.
Fra i più importanti apri pista, però, ne emerge uno davvero straordinario, Hamamelis, che nella stagione più cruda si avvale di due strumenti di seduzione irresistibili, i fiori e il profumo, per poi rincantucciarsi tra la primavera e l’estate ed infine esplodere nuovamente in autunno con un fogliame coloratissimo.

Caratteristiche botaniche
Gli Hamamelis sono un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Hamamelidaceae; sono arbusti decidui, spoglianti, che raggiungo discrete dimensioni, tra i 2 – 5m di altezza e i 2,5 – 4m di ampiezza.
Hanno un portamento poco compatto, espanso, generalmente stretto alla base e poi ampio nella chioma, comunque elegante. Le foglie sono caduche, ovali o arrotondate, generalmente di colore verde scuro e tendenti al giallo brillante, arancio o marrone – viola in autunno (caratteristiche influenzate dalla specie e varietà). I fiori sono molto profumati (profumo dolce o acuto), sottili, con petali nastriformi arricciati di colore giallo, rosso, rame o arancio. La fioritura è molto abbondante ed è autunnale (Hamamelis virginiana) o invernale (i fiori compaiono sui rami nudi prima dell’emissione delle foglie). Sono arbusti dotati di grande rusticità in tutto il Paese.

I pregi del genere Hamamelis
Il valore degli Hamamelis  non si limita a questo o a quel pregio, ma si esprime nella sommatoria di diverse buone qualità, tutte da apprezzare. Vediamole.

  • Fioritura in un periodo dell’anno piuttosto difficile, fra gennaio e marzo (con la “coda” di ottobre per la specie Hamamelis virginiana);
  • Profumo non intenso come nelle Daphne, ma delicatissimo e penetrante;
  • Numero di fiori molto abbondante e fioritura decisamente prolungata nel tempo. Dopo la caduta dei petali, anche i calici rossastri sono un buon elemento d’attrazione;
  • Forma piacevole delle foglie: arrotondate oppure ovate ed obovate (“simili” alle foglie del nocciolo);
  • Tinte autunnali che variano dal giallo più intenso al rosso-cremisi e dal violaceo al cioccolato;
  • Gradevole colorazione grigia della corteccia;
  • Caratteristica disposizione a V dei rami, che li rende ancor più eleganti;
  • Tolleranza al gelo, anche fino a-20°C;
  • Tolleranza all’inquinamento urbano;

Viceversa, gli Hamamelis non denunciano particolari difetti, se si escludono occasionali attacchi da parte di un fungo molto pericoloso, Armillaria mellea, contro il quale valgono soprattutto misure preventive.

Come utilizzarli
Grazie alla loro duttilità ed ai numerosi pregi sopra descritti, le piante appartenenti al genere Hamamelis, trovano diversi e differenti modi di utilizzo.
Il loro portamento elegante, il profumo e gli splendidi colori autunnali, li rendono ideali per la coltivazione in giardini medio – piccoli ed anche in cortili, dove, con opportune tecniche di potatura, non vengono fatti raggiungere le dimensioni massime. Possono diventare “la bella” di un aiuola e sono lo sfondo ideale di bordure basse.
Possono essere coltivati come esemplari isolati in un prato e si fanno notare per almeno 5-6 mesi, da ottobre a febbraio-marzo. I fiori gialli risaltano meglio davanti ad un fondale scuro;
Nel giardino grande e nel parco vanno collocati al margine di aree boscose, così come nelle ampie bordure miste, in cui fungono da eccellenti punti focali.
Gli esemplari di H. vernalis sono adatti per la decorazione delle rive di laghetti e stagni.

Le principali specie e varietà appartenenti al genere Hamamelis
Le specie in natura sono pochissime, due americane e due asiatiche, mentre è piuttosto nutrito il numero di varietà ottenute dall’uomo, senza contare l’importanza di un ibrido ottenuto incrociando le due specie orientali, H. x intermedia.

  • H. virginiana (U.S.A.). Grande arbusto dal portamento eretto, aperto, raggiunge notevoli dimensioni: fino a5 m in altezza e ampiezza. Piccoli fiori profumati e slanciati, in 2-4 mazzetti, con petali giallo oro che si aprono in autunno alla caduta delle foglie. Foglie ovate di colore verde, tendenti al giallo puro in autunno.
  • H. vernalis ( U.S.A.). Piuttosto simile a H. virginiana, portamento eretto, non compatto. La fioritura avviene tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, con fiori piccoli e molto profumati giallo – arancio o rossastri. Foglie caduche, ovali, di colore rosso porpora da giovani, quindi verdi, tendenti al rosso, giallo e arancio in autunno (H. vernalis ‘Sandra’).
  • H. japonica (Giappone). Specie alquanto variabile, è un arbusto di3 m, con rami aperti e foglie largamente ovate. I fiori sono gialli nella specie-tipo, più chiari in alcune cultivar, come ‘Sulphurea’ e ‘Zuccariniana’, appaiono sui rami prima dell’emissione delle foglie, in inverno. Il calice è talvolta rosso. Le foglie sono caduche, ovali, di colore verde scuro tendente al giallo in autunno.

  • H. mollis (Cina). E’ la specie che ha impresso una svolta nella coltivazione, perché ha fiori più grandi, dotati di petali diritti e meno increspati, così come le foglie assai larghe, che non sono lucenti ma opache in superficie. Numerose le cultivar: ‘Pallida’, ‘Coombe Wood’, ‘Goldcrest’, ecc.

All’ibrido H. x intermedia (H. japonica x H. mollis) va ascritta la maggior parte delle forme con fiori arancio e rosso-rame, come ‘Diane’, ‘Jelena’ e ‘Aphrodite’, pur non mancando splendide varietà a fiori gialli. La più bella è ‘Arnold Promise’, letteralmente carica di grandi fiori di un bel giallo vivo, che sostengono senza problemi anche pesanti coltri di neve. ‘Aurora’, invece, è dotata di fiori giallo-rosati molto vistosi, forse i più grandi dell’intero genere.

Criteri di coltivazione
Terreno: generalmente prediligono terreni a ph tendenzialmente acido, anche se recenti studi sembrano affermare la loro tolleranza verso terreni alcalini, ma non gessosi. In ogni caso va assicurato un buon grado di umidità e di humus. Inoltre il terreno deve essere ben drenato, torboso.
Esposizione. Nel nostro Paese, si scelgono luoghi aperti e soleggiati al Nord, evitando gli angoli troppo caldi, mentre a Sud è più indicata la mezz’ombra.
Temperatura invernale. Assolutamente rustici, gli Hamamelis tollerano anche i-20°C.
Messa a dimora. Si effettua a novembre o a marzo. Le tecniche più recenti suggeriscono di non inserire materiale organico al momento di preparare la buca. Viceversa, nel caso di terreni asciutti o sabbiosi, occorre pacciamare con materiale organico per assicurare un certo grado d’umidità. L’apparato radicale non va disturbato, nemmeno mettendo a dimora erbacee alla base della pianta, almeno nei primi anni.
Annaffiature. Se necessario occorre annaffiare perché non amano la siccità. Tuttavia sono assolutamente da evitare  i ristagni d’acqua, soprattutto d’inverno, perché causa di morte certa per le piante.
Potatura. Gli H. non necessitano di alcuna potatura, fatta salva la pulizia del secco e dei rami malati o irregolari. Tuttavia, laddove risulti utile (per es. nel caso di mancanza di spazio sufficiente), si può ricorrere ad una potatura specifica per mantenere compatta la pianta. In questo caso, occorre recidere il ramo dell’anno precedente fino alla seconda gemma dopo la fioritura. L’operazione va fatta ogni anno, sempre che la pianta abbia avuto una crescita non troppo modesta. In tal modo, si riesce a contenere l’esemplare fino ad una dimensione di circa 150-200 cm, sia in altezza sia in ampiezza.

Appartenente alla famiglia delle Ericacee, il Corbezzolo è una pianta che pur essendo originaria del Sud Europa e dell’area mediterranea, risulta essere molto rustica e si adatta a diversi tipi di terreno e luoghi di coltivazione, tollerando anche il freddo invernale nella maggior parte del Nord Italia. Pertanto è ideale da coltivare in un giardino-frutteto a bassa manutenzione. Della pianta si utilizzano i frutti, le corbezzole, per varie preparazioni e ricette.
Il Corbezzolo cresce in zone a clima mediterraneo, ma in Italia è presente in quasi tutte le regioni (escluse alcune dell’arco alpino). La specie non è mai stata oggetto di coltivazioni intensive, ma il suo frutto veniva e viene ancora comunemente apprezzato. Per la sua bellezza l’arbusto viene molto usato come pianta ornamentale e ne esistono anche tipi selezionati a questo scopo, alcuni con fiori rossi invece che bianchi.
La pianta è autofertile e anche un esemplare isolato produce regolarmente tutti gli anni.

Caratteristiche botaniche

Il Corbezzolo è un arbusto con chioma globosa, che raggiunge in genere i 3-4 metridi altezza, anche se non di rado può arrivare a 8-9 metrie può quindi essere allevato ad alberello, di ottimo pregio ornamentale. I rami sono rossastri e pelosi, la corteccia del tronco è bruno-rossastra, finemente fessurata. La pianta ha una crescita che può essere rapida in condizioni ideali, ma in zone aride cresce lentamente.
Le foglie sono persistenti (la specie è sempreverde), di colore verde scuro nella pagina superiore, più chiaro in quella inferiore; hanno margine seghettato e consistenza cuoiosa.
I fiori sono bianchi, portati in grappoli (di 15-20 fiori) e compaiono in ottobre – novembre, quando maturano anche i frutti dell’anno precedente, che diventano di un bel colore rosso aranciato.
I frutti sono sferici, del diametro di 2 –3 cm, con buccia ricoperta di tubercoli rossi e duri che danno al frutto una consistenza un po’ granulosa in bocca. La polpa è arancione di sapore moderatamente dolce. Maturano in ottobre – novembre.

Specie rustica e molto adattabile
Per quanto concerne il clima, il Corbezzolo è rustico e si adatta sia a estati calde che a estati fresche e umide. Tollera bene anche il freddo invernale (almeno fino a -15° sotto lo zero), il che permette alla pianta di crescere anche a discrete quote altimetriche (500-800 metri).
Riguardo al terreno, come tutte le Ericacee (la stessa famiglia del mirtillo) preferisce i terreni tendenti all’acido, ma tra le varie Ericacee è forse la più tollerante rispetto al calcare e con un’opportuna somministrazione di sostanza organica può essere allevato anche su terreni tendenzialmente alcalini. La specie si adatta anche ai suoli argillosi, purché non vi sia ristagno di acqua.
Il Corbezzolo si avvantaggia dell’irrigazione, ma questa deve essere moderata e il terreno va lasciato asciugare tra un’irrigazione e l’altra.
La pianta cresce bene sia in pieno sole che in ombra parziale, tanto che spesso è specie di sottobosco, ombreggiata da Lecci, Sughere o altre essenze forestali. In pratica, quindi, si tratta di una pianta estremamente adattabile, la cui coltivazione è sconsigliata solo in terreni troppo calcarei o in luoghi soggetti a forte gelate invernali. Bisogna inoltre limitare le potature alla sola correzione di difetti eccessivi di forma, in quanto non sopporta le potature.
Si ricorda che il Corbezzolo è raramente affetto da malattie o colpito da insetti e parassiti e pertanto gli interventi antiparassitari possono essere evitati.

Splendide caratteristiche ornamentali
Il Corbezzolo ben si presta a essere collocato nei nostri giardini per le sue straordinarie caratteristiche ornamentali: oltre alle belle foglie, di colore verde scuro, troviamo sulla pianta contemporaneamente con lo sbocciare dei fiori bianchi,  i frutti in fase di maturazione e, in autunno, anche quelli maturi. E’ frequente quindi avere sullo stesso individuo fiori bianchi, frutti acerbi verdi, frutti in fase di maturazione arancione e quelli maturi rossi: particolarità che rende la pianta del Corbezzolo straordinariamente bella.
Di notevole interesse ornamentale è anche il tronco, il più delle volte multiplo, con la corteccia sottile e graziosamente squamata color bruno – rossastro a completare un insieme molto piacevole.

Appartenente alla famiglia delle Saxifragaceae, l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ è un erbacea perenne sempreverde, alta35 cm, resistente sia al gelo sia a condizioni di caldo-umido estivo.
Bella tutto l’anno, la varietà ‘Autumn Leaves’, dà il meglio in questa stagione, tra gialli e arancio.

Caratteristiche botaniche
L’Heuchera ‘Autumn Leaves’ è un’erbacea perenne sempreverde. Si tratta di un ibrido da giardino selezionato partendo da cultivar di H. villosa e H. americana.
Le foglie sono rosso vivo in primavera e brune in estate, mentre in autunno, come suggerisce il nome varietale, diventano rosso scuro e sono particolarmente belle.
I fiori hanno uno scarso interesse ornamentale e si presentano come in genere quelli delle Heuchera, sono bianchi e compaiono a fine estate.

Ideale per la coltivazione in contenitore
Molto spesso in città l’ unica possibilità di avere un angolo verde nella propria casa è rappresentata da contenitori per davanzali o da piccoli spazi pavimentati. In ogni caso visto che in vaso lo spazio è limitato e il più delle volte il contenitore ce l’abbiamo sotto gli occhi dodici mesi all’anno, un buon trucco per far sì che questo spazio sia sempre attraente è sostituire le piante quando la stagione d’interesse è superata. Questo non necessariamente perché non sono più decorative, ma anche perché non contribuiscono più allo schema cromatico della composizione.
La pianta protagonista di questo mese ne è un esempio. L’Heuchera ‘Autumn Leaves’ ha foglie rosso scuro in autunno che si sposano alla perfezione con i gialli e gli arancio di questa stagione, mentre la loro colorazione rosso vivo in primavera e bruna in estate è più difficile da armonizzare ai verdi di stagione. Per fortuna questa Heuchera regge il palco anche da sola, quindi possiamo coltivarla in vaso facendola brillare in un adeguato cache-pot in primavera ed estate e inserirla – con il suo vaso – in un largo contenitore tra piante decidue dai caldi colori autunnali.

Potremmo utilizzare l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ al centro di un contenitore largo almeno 60cm in cui posizionare sul retro un Cornus sanguinea ‘Winter Beauty’ (Corniolo) che in questo mese si presenta con fogliame giallo-arancio per poi rivelare alla caduta delle foglie i suoi rami rosso amaranto in cima e giallo ceroso alla base.
Un ciuffo di Persicaria virginiana ‘Paniter’s Palette’ vira velocemente in vari toni di giallo, mostrando le variegature e le macchie mogano e rosa tipiche di questa varietà. Il resto del contenitore è tappezzato dal rosso del Ceratostigma plumbaginoides, magari con ancora qualche raro fiorellino celeste. Cadranno le foglie e l’Heuchera ‘Autumn leaves’, se posizionata in angoli riparati, potrebbe rimanere a far compagnia ai rami colorati del Corniolo. Poi tornerà sola nel suo cache-pot, mentre al suo posto brilleranno annuali fino al prossimo ottobre.

P.S. Se durante la stagione invernale l’Heuchera ‘Autumn Leaves’ dovesse perdere le foglie, sostituitela con un cavolo ornamentale o un piccolo elleboro.

ANALISI E CLASSIFICAZIONE DEL VERDE URBANO
(liberamente tratto da: Manuale per tecnici del verde urbano, Città di Torino)

Numerose, e tutte ugualmente importanti, sono le funzioni svolte dal verde urbano:

1) funzione ecologico- ambientale: il verde, anche all’interno delle aree urbane, costituisce un fondamentale elemento di presenza ecologica ed ambientale, che contribuisce in modo sostanziale a mitigare gli effetti di degrado e gli impatti prodotti dalla presenza delle edificazioni e dalle attività dell’uomo. Fra l’altro la presenza del verde contribuisce a regolare gli effetti del microclima cittadino attraverso l’aumento dell’evapotraspirazione, regimando così i picchi termici estivi con una sorta di effetto di “condizionamento” naturale dell’aria.

2) funzione sanitaria: in certe aree urbane, in particolare vicino agli ospedali, la presenza del verde contribuisce alla creazione di un ambiente che può favorire la convalescenza dei degenti, sia per la presenza di essenze aromatiche e balsamiche, sia per l’effetto di mitigazione del microclima, sia anche per l’effetto psicologico prodotto dalla vista riposante di un’area verde ben curata.

3) funzione protettiva: il verde può fornire un importante effetto di protezione e di tutela del territorio in aree degradate o sensibili (argini di fiumi, scarpate, zone con pericolo di frana, ecc), e viceversa la sua rimozione può in certi casi produrre effetti sensibili di degrado e dissesto territoriale.

4) funzione sociale e ricreativa: la presenza di parchi, giardini, viali e piazze alberate o comunque dotate di arredo verde consente di soddisfare un’importante esigenza ricreativa e sociale e di fornire un fondamentale servizio alla collettività, rendendo più vivibile e a dimensione degli uomini e delle famiglie una città. Inoltre la gestione del verde può consentire la formazione di professionalità specifiche e favorire la formazione di posti di lavoro.

5) funzione igienica: le aree verdi svolgono una importante funzione psicologica ed umorale per le persone che ne fruiscono, contribuendo al benessere psicologico ed all’equilibrio mentale

6) funzione culturale e didattica: la presenza del verde costituisce un elemento di grande importanza dal punto di vista culturale, sia perché può favorire la conoscenza della botanica e più in generale delle scienze naturali e dell’ambiente presso i cittadini, sia anche per l’importante funzione didattica (in particolare del verde scolastico) per le nuove generazioni. Inoltre i parchi e i giardini storici, così come gli esemplari vegetali di maggiore età o dimensione, costituiscono dei veri e propri monumenti naturali, la cui conservazione e tutela rientrano fra gli obiettivi culturali del nostro consesso sociale.

7) funzione estetico – architettonica: anche la funzione estetico – architettonica è rilevante, considerato che la presenza del verde migliora decisamente il paesaggio urbano e rende più gradevole la permanenza in città, per cui diventa fondamentale favorire un’integrazione fra elementi architettonici e verde nell’ambito della progettazione dell’arredo urbano.

Abbastanza diffuso allo stato spontaneo, l’olivello spinoso non è molto utilizzato come pianta ornamentale. E’ rustico e di poche esigenze, in quanto solitamente non ha bisogno di concimazioni e di trattamenti antiparassitari. E’ una pianta che abbina un gradevole aspetto estetico all’abbondante produzione di frutti aromatici e commestibili con i quali preparare ottime confetture. Per questi motivi è una specie ideale da coltivare in giardini a bassa manutenzione.

Caratteristiche botaniche
L’Olivello spinoso (Hippophae rhamnoides, famiglia Eleagnacee), presente allo stato spontaneo soprattutto nelle regioni centro-settentrionali del Paese, dalla pianura ai1700 metri di quota, è un alberello che raggiunge i 4-5 metri di altezza, quindi ideale per piccoli spazi verdi. Ha rami spinosi con corteccia grigio-biancastra, caratterizzati da squame argentee.
Le foglie, caduche e senza picciolo, lunghe 3-4cm e larghe 3-4mm, sono di colore verde salvia sulla pagina superiore e argento su quella inferiore per la presenza di una fitta peluria biancastra.
Si tratta di una specie dioica, cioè con fiori femminili e maschili portati da piante diverse. Ne consegue che le piante femminili fruttificano solo se vengono fecondate dal polline di quelle maschili. I fiori, molto piccoli e poco appariscenti, compaiono tra aprile e maggio.
Gli innumerevoli frutti prodotti dalle piante femminili sono piccole drupe ovoidali con polpa succosa e ricchissima di vitamina C. Questi frutti, che a inizio autunno assumono un bel colore giallo-arancio, persistono sui rami per tutto l’inverno. Aromatici e commestibili, non si possono utilizzare direttamente, in quanto molto acidi; si prestano però, previa cottura, alla preparazione di salse, sciroppi e confetture.

Ideale per la collina e la montagna
L’Olivello spinoso è una specie molto rustica che non ha particolari esigenze in fatto di coltivazione. Si adatta a quasi tutti i terreni, purché ben permeabili, anche se predilige suoli poveri e più o meno sassosi.
Resiste egregiamente al freddo intenso (sino ai -25°): per questo motivo è ideale per essere coltivato nei giardini di alta collina e di montagna.
Questa specie ben si presta a comporre siepi miste insieme ad altre piante da bacca come il Cornus mas (Corniolo), il Crataegus monogyna (Biancospino comune), Cornus kousa, Amelanchier canadensis (Pero corvino), ecc., oppure può essere utilizzato in macchie per realizzare piccoli ‘boschetti’ formati da 4-5 esemplari.
Per ottenere un’abbondante fruttificazione occorre piantare 1 esemplare maschio e 3-4 esemplari femmina.
Le piante vanno messe a dimora in autunno o a fine inverno, distanziandole di 4-5 metril’una dall’altra.

Poche le cure necessarie
L’Olivello spinoso non richiede potature, ma solo la rimozione dei rami secchi, presenti solitamente nelle parti più basse e interne della chioma. Questo lavoro si esegue a fine inverno, prima della ripresa vegetativa della pianta.
Una volta messa a dimora non necessita di nessun tipo di concimazione. Durante l’estate, soprattutto nelle zone a scarsa piovosità e/o con andamento climatico siccitoso, occorre effettuare qualche irrigazione, per non pregiudicare l’ingrossamento dei frutticini.
Molto resistente alle malattie, solitamente non ha bisogno di alcun trattamento antiparassitario.

Gli spazi verdi urbani e periurbani sono certamente meno ricchi di risorse naturali rispetto agli ecosistemi forestali veri e propri; ciò nonostante essi rappresentano per moltissime persone la più immediata, se non unica, possibilità di contatto con la natura.
Fortunatamente, il modo di concepire e costruire il verde urbano è cambiato nel tempo.
Nell’ultimo secolo la progettazione rispondeva prevalentemente a requisiti di carattere architettonico, alla ricerca per lo più della bellezza e considerando il solo aspetto estetico nella progettazione di opere a verde.
Oggi, invece, si vanno affermando i principi della “Forestazione Urbana”.
La forestazione urbana è una tecnica di gestione delle risorse boschive e degli spazi verdi cittadini che prende in considerazione tutte le possibili relazioni fra il verde ed il sistema urbano.
L’obiettivo consiste nell’ individuare le soluzioni più equilibrate tra esigenze ecologiche e gestionali, fabbisogno di manutenzione e funzione ricreativa, favorendo il più possibile lo sviluppo della natura anche in città.
Questo tipo di pratica punta a ricostituire gli ecosistemi forestali anche in spazi urbanizzati, seguendo la dinamica naturale del bosco. Gli sforzi e i canoni progettuali devono quindi seguire precisi criteri agronomici e forestali, al fine di rendere i boschi urbani il più possibile simili ai boschi naturali: ad esempio, nel caso della Pianura Padana, il bosco modello sarà il querco-carpineto di pianura.
La Forestazione Urbana consiste quindi nella riqualificazione di spazi urbani, ove dare origine a oasi verdi possibilmente connesse tra loro e con altre aree naturali a formare veri e propri “corridoi verdi”. Non si tratta necessariamente di realizzare parchi ma anche semplicemente degli spazi verdi vivibili che servono contemporaneamente a garantire lo sviluppo e la connessione di diversi ecosistemi naturali. Importanti saranno quindi gli interventi mirati alla ricostruzione di habitat naturali per talune specie vegetali, favorendo anche il popolamento di animali e quindi la sopravvivenza della ormai nota biodiversità.
La Forestazione Urbana deve garantire la realizzazione di un sistema-bosco costituito da specie autoctone, ossia originarie del luogo di messa a dimora, perché sono quelle in grado di rinnovarsi ed estendersi spontaneamente fino formare un ecosistema completo, capace quindi di resistere meglio allo stress e ai fattori di disturbo ambientale, quali possono essere l’inquinamento e l’ingresso di specie esotiche, ossia originarie di luoghi lontani.
Un altro fattore importante da tenere presente nella gestione dei boschi urbani, perché possano diventare un vero ecosistema, è assicurare la continuità con le altre aree verdi.
Se la distruzione degli habitat è la principale causa di estinzione delle specie e di perdita di biodiversità, la loro frammentazione (ad esempio, a causa della realizzazione di un’autostrada senza passaggi per la fauna di terra) rappresenta un altro grave problema ecologico. Le popolazioni animali e vegetali che rimangono isolate in uno di questi frammenti si indeboliscono sempre di più e nel tempo sono soggette ad un più alto rischio di estinzione. Occorre quindi mettere in comunicazione le aree boschive urbane attraverso corridoi ecologici. In tali contesti diventa di fondamentale importanza mantenere una buona qualità ambientale, in modo da favorire il movimento, la dispersione e quindi la conservazione di tutte le specie animali e vegetali presenti.
Le aree verdi realizzate attraverso l’applicazione dei principi della forestazione urbana hanno un ruolo fondamentale poiché migliorano la qualità dell’aria, assorbono l’anidride carbonica e contribuiscono ad abbattere i gas serra responsabili dei cambiamenti climatici; contrastano inoltre l’effetto “isola di calore” nelle città attraverso l’ombreggiamento e la traspirazione delle piante, mitigando la temperatura dell’ambiente circostante.
Anche se costituiscono una frazione forse insignificante rispetto al patrimonio forestale del pianeta, i parchi e il verde metropolitano in generale sono gli unici luoghi che possono contribuire al mantenimento della biodiversità animale e vegetale in un ambiente fortemente antropizzato come quello cittadino.
Non meno importante è il ruolo che i parchi urbani hanno nell’educazione ambientale, nel promuovere e divulgare comportamenti più consapevoli e rispettosi dell’ambiente in un’ottica di sostenibilità.
La forestazione urbana è quindi il risultato di un nuovo approccio progettuale che fortunatamente tiene in maggiore considerazione il rapporto tra uomo e natura per la salvaguardia dell’ambiente, a discapito di criteri puramente estetici e di disegno, che oggi meno si adattano alla progettazione del verde urbano.

COMMITTENTE: Vari

PROGETTISTA: Arch. Davide Termine

RENDER: Arch. Davide Termine

DESCRIZIONE: Modellazione tridimensionale e rendering di interni. Appartamenti di ogni genere, monolocali, bilocali, trilocali…, realizzati con diversi programmi di render, in base alle richieste di dettaglio del cliente. Modellazione con Autocad 2010 e Revit Architecture Desktop fornendo piante, prospetti e sezioni di dettaglio dell’appartamento in questione. Scelta dei materiali, delle varie tipologie d’illuminazione e creazione di render fotorelistici.